venerdì 22 gennaio 2010

clima: Un mese dopo il vertice Onu a Copenhagen, tutti in fuga dagli impegni.


Un mese dopo il faticoso compromesso raggiunto alla conferenza dell’Onu sul clima a Copenhagen, il mondo stenta a tenere fede agli impegni anche minimi su cui era stato trovato l’accordo. Pochi Paesi rispetteranno la prima scadenza decisa nella capitale danese, quella del 31 gennaio: è la data entro la quale ogni nazione dovrebbe presentare il proprio piano per la riduzione delle emissioni di gas.

Il negoziatore dell’Onu sul clima, Yvo de Boer, ha ammesso che fino a ora si sono fatti vivi solo una ventina di Paesi e ha sostanzialmente cancellato dal calendario il traguardo di fine gennaio. «Diciamo che adesso è una scadenza “soft”, i Paesi che non ce la faranno a rispettarla potranno unirsi in seguito», ha spiegato de Boer. Salta così il primo «paletto» che era stato piantato a Copenhagen per indicare il cammino che deve portare 190 Paesi a definire come intendano frenare le emissioni di carbonio entro il 2020. A fine maggio è prevista una verifica a Bonn, prima della volata finale per arrivare a novembre a una nuova conferenza, in Messico, che dovrebbe produrre i risultati che non ha offerto Copenhagen.

Il 2010 comincia quindi male sul fronte della lotta al cambiamento climatico, dopo che il 2009 si era chiuso all’insegna della mancanza di accordo. Nella capitale danese, gli Usa avevano compiuto una sorta di blitz dell’ultim’ora con Cina, India, Brasile e Sudafrica per mettere a punto un minidocumento di tre pagine, il «Copenhagen Accord», che non andava molto oltre l’impegno a limitare il riscaldamento del pianeta a un massimo di due gradi sopra i livelli pre-industriali. Ne era nata una rivolta dei Paesi in via di sviluppo, che si è conclusa con la decisione dell’assemblea di limitarsi a «prendere atto» dell’accordo, senza ratificarlo.

Il quadro, un mese dopo, si sta ulteriormente complicando. Nessun passo avanti è stato compiuto per definire i termini della distribuzione di circa 30 miliardi di dollari per assistere nel breve periodo i Paesi che dovrebbero subire le conseguenze più immediate per il cambiamento climatico. Ma le stesse basi scientifiche su cui poggiano le previsioni di queste conseguenze vengono minate da alcuni passi falsi. L’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’organismo Onu premiato con il Nobel per la pace che si occupa di studiare l’evolversi del clima, ha ammesso che ci sono stati errori nel giungere ad alcune delle conclusioni-choc degli ultimi anni, tra le quali l’annuncio che entro il 2035 scompariranno i ghiacciai del Himalaya. Una retromarcia che ha fatto cantare vittoria agli scettici, che contestano l’esistenza stessa del problema di uno sconvolgimento del clima provocato dall’uomo e ritengono quella in corso solo una fase ciclica naturale.

I problemi più grossi però sono quelli legati alle scelte degli Usa, il secondo maggiore inquinatore da carbonio al mondo dopo la Cina. Il presidente Barack Obama intende tagliare le emissioni del 4% sotto i livelli del 1990 (una quota pari a una riduzione del 17% rispetto ai livelli del 2005), attraverso una legislazione sull’energia che segni una svolta rispetto alla linea dell’amministrazione Bush. Ma Obama già a Copenhagen non ha potuto portare alcuna proposta concreta, perché il Congresso statunitense - che deve ratificare le sue scelte - era concentrato sulla riforma della sanità, la battaglia su cui la Casa Bianca in questi mesi ha investito quasi tutto il proprio capitale politico. Adesso la situazione è peggiorata ulteriormente per Obama.

La perdita, martedì in Massachusetts, del seggio senatoriale su cui era seduto fino alla morte il democratico Ted Kennedy, ha fatto svanire in Senato la supermaggioranza di 60 voti necessaria a Obama per bloccare qualsiasi tentativo di ostruzionismo da parte dei repubblicani. L’elezione a senatore di Scott Brown ha portato in Congresso un altro duro oppositore della legge che dovrebbe imporre una regolamentazione alle aziende statunitensi.
Le difficoltà degli Usa rappresentano un freno ad agire per la Cina e per i Paesi in via di sviluppo. E anche chi, come Australia, Giappone e Canada, è pronto a introdurre forti legislazioni anti-inquinamento, è ora raffreddato dalla situazione a Washington. Nel fine settimana, a New Delhi, si incontrano Cina, India, Brasile e Sudafrica per decidere come andare avanti: il vertice offrirà i segnali più importanti per il dibattito sul clima, insieme al discorso sullo Stato dell’Unione che Obama pronuncerà in Congresso il 27 gennaio.

Anche l’Europa, intanto, fatica a trovare una linea comune. A Bruxelles si è riunito il Coreper, l’organismo tecnico nel quale gli ambasciatori dei 27 preparano il terreno alle scelte del Consiglio Ue, e sul clima ha offerto una disponibilità «condizionata» a ridurre del 30% le emissioni entro il 2020. La condizione è però che gli altri Paesi industrializzati vadano nella stessa direzione, e in primo luogo gli Usa. Altrimenti si resterà fermi al 20% già deciso.

«Non possiamo permetterci di trovarci anche sul clima con un sistema incapace di funzionare come quello che abbiamo sul commercio», ha commentato Nick Mabey, direttore di E3G, un «think-tank» londinese che studia il cambiamento climatico. Ma il rischio è proprio quello di vedere riproporsi sull’ambiente lo stallo che da anni, in tema di scambi commerciali, si è verificato nel cammino del Doha Round, il negoziato in corso dal 2001 per cercare di abbattere le barriere internazionali.

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