mercoledì 30 settembre 2009

Acqua e ambiente : per produrre un litro d’acqua in bottiglia servono altri quattro litri d’acqua e quasi mezzo litro di petrolio.

Gli abitanti di una cittadina australiana del Nuovo Galles del Sud, a 150 chilometri da Sidney, hanno deciso di vietare la vendita di acqua in bottiglia nel loro paese.

“Qualcuno vuol darcela a bere” scriveva Giuseppe Altamore nel 2003 sulla copertina di un libro pioniere del tema. E negli anni successivi l’abbiamo bevuta sempre di più, senza badare troppo ai costi (soprattutto ambientali) della bottiglia di Pet e del suo prezioso contenuto.

Di tutto questo devono essersi accorti gli abitanti di Bundanoon, un paese australiano del Nuovo Galles del Sud, a 150 chilometri da Sidney, dove un’assemblea pubblica ha deciso di vietare la vendita di acqua in bottiglia, che sia minerale o oligominerale, naturale o frizzante.

Ogni anno 81 milioni di litri di petrolio e 600 miliardi di litri di acqua (utilizzati per produrre il polietilene tereftalato, detto Pet) servono a imbottigliare 154 miliardi di prezioso liquido incolore e insapore in tutto il mondo, con ovvie ripercussioni sulla salute del nostro pianeta e dei suoi ecosistemi. In media per produrre un litro d’acqua in bottiglia servono altri quattro litri d’acqua e quasi mezzo litro di petrolio. Per non parlare dell’impatto ecologico dovuto alla distribuzione, spesso in luoghi lontanissimi dalla fonte, con trasporti internazionali o intercontinentali, e al dispendio economico per i cittadini. Poiché un litro d’acqua in bottiglia ci costa più o meno quanto mille litri erogati dal rubinetto.
Passata non molto tempo fa dagli espositori delle nostre farmacie agli scaffali dei supermercati, oggi l’acqua minerale è diventata una merce molto diffusa fra gli Italiani, che ne sono i più accaniti bevitori insieme agli Statunitensi, registrando una crescita esponenziale in tutti i paesi industrializzati e in quelli emergenti, come India e Cina.

Ma l’acqua in bottiglia è più buona, più sicura o solo più attraente? In realtà solo più pubblicizzata.

Sì, perché l’impegno costante delle aziende, che siano multinazionali o locali, è quello di far apparire l’acqua imbottigliata un prodotto indispensabile e più efficace dell’acqua di rubinetto, quasi fosse una medicina per sconfiggere la pressione alta, la cattiva diuresi o altri malanni più o meno gravi. Oppure si fa apparire l’acqua minerale uno status-symbol, come se in bottiglia l’acqua acquistasse quella classe che un famoso detto le nega da troppo tempo.
Eppure l’acqua corrente che arriva nelle nostre case ha spesso proprietà chimico-fisiche migliori rispetto a molte acque minerali, ed è sottoposta per legge a frequenti analisi di controllo.

Sono davvero rare le acque imbottigliate (in prevalenza quelle più mineralizzate) ad avere proprietà leggermente diverse.

Al business delle acque minerali, perciò, rimane solo il vantaggio concreto dato dalla pubblicità.
E se i comuni italiani, seguendo l’esempio di Venezia e New York, promovessero di più la genuinità del loro prodotto? Forse qualcosa potrebbe cambiare nel costume degli Italiani. La speranza è far tornare l’acqua un bene pubblico, a disposizione di tutti i cittadini e ben distribuito sull’intero territorio. Forse provvedimenti meno drastici, ma simili a quello promosso dai consapevoli cittadini di Bundanoon, ne traccerebbero un futuro diverso.
fonte:verdi.it

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