sabato 15 maggio 2010

nucleare : Risiko nucleare globale? No grazie


Dal 3 maggio è iniziata nella sede Onu di New York , l’ottava Conferenza per il riesame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) : durerà fino al 28 maggio. Sono presenti le delegazioni dei 189 paesi aderenti al Trattato. Scopo della Conferenza è esaminare lo stato d’attuazione dello stesso trattato e garantirne il rispetto in vista del completo disarmo nucleare.

C’è un primo punto su cui fare la massima chiarezza: il pericolo nucleare non viene in via esclusiva dalla Teheran del fanatico Amadinejad, come la vulgata occidentale tende a presentare, ma dalla complessa e contraddittoria rete di alleanze e assetti di potere che guida le sorti del pianeta.

In realtà, nonostante l’ambiziosa “opzione zero” rilanciata dal presidente Obama e qualche parziale progresso del Trattato Start 3 con la Russia , gli obiettivi del Trattato, dopo quarant’anni dall’entrata in vigore, continuano ad essere largamente inevasi.

Il motivo principale si deve alla disparità di status – mai messa in discussione dal Trattato – tra gli Stati possessori di armi nucleari (Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e tutti gli altri. Una conseguenza questa di un complesso quadro geopolitico, dominato allora da chi se l’era cavata meglio nella seconda guerra mondiale, e dall’effettività di avere già sperimentato l’arma nucleare; quadro che ha determinato, a catena, la pratica del “due pesi due misure”, a seconda delle convenienze e connivenze con i diversi interlocutori.

Tra gli Stati firmatari del TNP solo i 5 citati hanno “il diritto” alle armi nucleari, anche se il Trattato ne imporrebbe il graduale disarmo. Questi stessi Stati sono impegnati a non trasferire armi atomiche ai paesi che non le possiedono e questi, a loro volta, si impegnano a rinunciare all’opzione nucleare militare ( articoli 1 e 2 del TNP).

Per l’energia nucleare civile invece l’art.4 ne riconosce il diritto per tutti i paesi aderenti al Trattato, sotto il controllo dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA).

Questo tema è diventato oggi più che mai d’attualità per la vicenda dell’arricchimento dell’uranio iraniano ( anche se Tehran, altalenante nei confronti delle ispezioni dell’Aiea, continua a sostenere di volere produrre solo il nucleare civile che considera indispensabile per la sua economia e specialmente per la raffinazione del greggio), ma è per sua natura un tema zeppo d’insidie.

Il passaggio dal nucleare civile a quello militare è – grazie alle tecnologie dual use – costoso ma relativamente semplice (facilitato anche dalla reperibilità dei materiali fissili degli arsenali dismessi delle ex repubbliche sovietiche). Si ottiene anche attraverso il “ritrattamento” chimico di combustibile esaurito (plutonio o uranio 235) estratto dai reattori. Il punto è che non tutti gli impianti di ritrattamento sono sottoposti al controllo dell’Aiea. Non lo sono certamente quelli dei paesi non firmatari del TNP. E’ il caso dell’India – non firmataria, come Pakistan e Israele, di questo trattato – che si è procurata la sua arma atomica nel 1974 , grazie al materiale fissile di un reattore Candu fornito dal Canada per un accordo di cooperazione nucleare civile. Anche Israele possiede da quasi 30 anni armi nucleari – circa 300 – grazie al plutonio fornito dalla Francia. Il fenomeno continua anche in tempi recenti: gli Usa nel 2005 hanno firmato con l’India un trattato per l’esportazione di tecnologia e combustibile nucleare, la Cina si è impegnata col Pakistan per la costruzione, nel tormentato Punjab, di due reattori nucleari.

L’incontrollabilità del dual use, la porosità del passaggio dall’ uso civile a quello militare, è uno dei modi più efficaci per aggirare il TNP.

Non l’unico: giocano questo stesso ruolo gli accordi bilaterali tra Usa e Stati europei e la “copertura” della Nato : Stati cioè che hanno ceduto porzioni della loro sovranità, in quanto alleati della Nato. In questo caso ci troviamo di fronte a “Nato versus TNP” , ovvero versus Onu.

E’ il caso delle bombe nucleari Usa, custodite fin dagli anni ’50 in diversi Stati europei, su cui i vari governi – in specie del nostro Paese – hanno steso veli d’opacità, squarciati via via nel tempo dallo stesso Pentagono. La presenza di questi ordigni, legata alle dinamiche della guerra fredda, è stata concretizzata attraverso trattati bilaterali di quell’epoca che, nel caso dell’Italia, risultano tuttora inspiegabilmente secretati. Si è trattato di una presenza molto invasiva e minacciosa: 7300 testate nucleari nella sola Europa. Oggi il numero risulta ridotto : tra Germania, Belgio, Olanda e Italia si parla di circa 200 ( un arsenale comunque superiore a quelli di Francia e Regno Unito) , di cui circa 80 in Italia , nelle basi Usa e Nato di Aviano e Ghedi.

Perché oggi, a più di vent’anni dalla dissoluzione dell’URSS, si continuano a mantenere in Europa questi ordigni, in aperta violazione degli articoli del TNP ? Perché anche la Nato del “nuovo” concetto strategico ne difende la presenza sul suolo europeo mentre ministri della Repubblica italiana, anche in tempi recentissimi, non sanno che dire in Parlamento o adducono ragioni insensate?

“La capacità nucleare della Nato in Europa accresce l’effetto deterrenza ed è valida per contrastare la proliferazione delle armi di distruzione di massa.”, disse il ministro Parisi, nel 2007, rispondendo a un’interrogazione parlamentare.

Un inaccettabile ossimoro ( armi atomiche = sicurezza) aggravato dall’ accordo di nuclear sharing del 2005: le forze armate del paese ospitante sono tenute a bombardare l’obiettivo, nonostante che la decisione dell’impiego dell’arma nucleare venga riservata agli Usa. In virtù di un automatismo dell’appartenenza alla Nato, il nostro Paese viola ripetutamente la nostra Costituzione (artt.1 e.11), il TNP (art.2) e il voto popolare di un referendum che, in Italia, bocciò a suo tempo il nucleare. A chi interessa?

Altri Paesi europei della Nato hanno dimostrato minore subalternità dell’Italia .

E’ il caso della Grecia che da tempo ha richiesto e ottenuto il ritiro delle armi nucleari Usa dal suo suolo, pur continuando ad essere membro della Nato ; ed è anche il caso di alcuni paesi europei (Germania, Benelux, Norvegia), che di recente si sono mossi nella stessa direzione del ritiro, grazie anche ad un’opinione pubblica informata e perciò allarmata.

Persino gli stessi Stati Uniti , sebbene per motivi differenti, mostrano alcune perplessità. Queste sono dovute all’obsolescenza, e quindi alla mancanza di sicurezza, di questi ordigni ( un’indagine svolta un paio di anni fa dall’aeronautica Militare Usa denunciava il mancato raggiungimento degli standard di sicurezza e di custodia delle armi nucleari in alcune basi europee, tra cui Ghedi). Questo fatto richiederebbe un ammodernamento dei vettori, da programmare nella tempistica e nei costi: ma non tutti gli alleati la vedono nello stesso modo. La Germania per esempio, non intende affrontare questa spesa e in questo modo esercita la sua opzione unilaterale per il ritiro. Un altro motivo per non essere “affezionati” a queste armi in Europa è legato al pragmatismo americano : gli Usa sono consapevoli che le forze strategiche e gli armamenti convenzionali di cui dispongono oggi i paesi nucleari della Nato sono di gran lunga più efficaci e rendono l’arma nucleare tattica un optional del tutto trascurabile.

Nonostante questi dubbi in seno alla sua stessa Amministrazione il presidente Obama, agli inizi dello scorso aprile, in sede di Nuclear Posture Review ha , tra le altre cose, dichiarato di non volere affrontare la materia delle armi nucleari Usa in Europa nella Conferenza di revisione del TNP ma di volere concordare un eventuale ritiro di queste armi a livello Nato, quando – in dicembre a Lisbona – ne verrà discusso il nuovo concetto strategico. Le motivazioni politiche di questo “stralcio” sono evidenti: in sede Nato gli Usa la fanno da padroni e non hanno l’ampiezza del contradditorio della conferenza Onu sul TNP . Non solo: Washington mira a legare l’eventuale rimozione dei suoi ordigni nucleari dal suolo europeo all’installazione, nello stesso territorio e nei mari adiacenti, di un sistema antimissile integrato, basato sia sul sistema navale Aegis ( per Mediterraneo, mar Baltico, largo delle coste della Gran Bretagna) , sia da componenti terrestri situate in Romania e in Polonia ( batterie d’intercettori SM3). Il punto è che, in questo caso, non sono scontate le reazioni della Russia che al momento della firma, lo scorso 8 aprile, del trattato Start 3 ha già annunciato di recedere dall’accordo in caso d’installazione di tecnologie antimissile ai propri confini.

Si tratta di un gioco a Risiko rischiosissimo che trova la sua leva forte nel mantenimento del principio della deterrenza, denunciata nel 2008 dal presidente dell’Onu Ban Ki Moon come “contagiosa”. Come dire che la sicurezza nucleare o è di tutti o non è.

Le prime avvisaglie della Conferenza del TNP sono andate in questo senso: l’Egitto, a nome di una coalizione composita – dalla Svezia alla Turchia, alla Nuova Zelanda, a diversi paesi arabi – ha chiesto che Israele sottoscriva il TNP, rinunci alle armi nucleari, si sottoponga alle ispezioni dell’Aiea. La coalizione ha chiesto anche a Usa e Francia, che in passato hanno collaborato al raggiungimento del nucleare militare israeliano, di “comunicare le notizie a disposizione sul potenziale nucleare d’Israele”. Perché l’unica strada per smontare le eventuali aspirazioni al nucleare militare iraniano è la creazione di un Medio Oriente denuclearizzato, aspirazione che si scontra con la presenza degli ordigni nucleari in Israele.

Può suscitare ironia che il presidente Ahmadinejad se la sia presa con le armi nucleari Usa in Italia e in Europa, ma occorre riconoscere che ha toccato un nervo scoperto, quello appunto del “due pesi, due misure”.

Obama ha recentemente riconosciuto che oggi la vera minaccia consiste nel possesso dell’arma nucleare da parte di soggetti non statuali: se è così risulta chiaro che meno armi nucleari sono in giro per il mondo più si affievolisce la possibilità che queste cadano nelle mani di soggetti di questo genere.

Occorre quindi attuare il TNP per quella parte che riguarda la creazione di ampie zone non nucleari a cominciare dal Medio Oriente e dall’Europa sull’esempio di “buone pratiche” già messe in atto da zone denuclearizzate, secondo il dispositivo dell’art.7 del TNP, come per esempio l’America Latina, il Pacifico del Sud, il Sudafrica.

l’Italia potrebbe fare approvare la legge d’iniziativa popolare “per un futuro senza atomiche”, per il ritiro delle armi Usa e potrebbe unirsi a quei paesi europei che si stanno muovendo in questo senso. Ancora una volta l’Europa potrebbe giocare un ruolo arrivando ad una posizione univoca in sostegno di quelle posizioni che anche negli Usa ne prospettano il ritiro.

Sono passi necessari nella direzione del disarmo nucleare, per arrivare al più presto, prima che sia troppo tardi, ad una Convenzione internazionale per la messa al bando definitiva delle armi nucleari. In queste settimane a New York le delegazioni di ben 117 Stati si stanno muovendo in questa direzione. Per mettere le armi nucleari fuori dalla storia? Proprio così, ci piacerebbe. Per amore e cura del mondo.
fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/risiko-nucleare-globale-no-grazie

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