Google

Visualizzazione post con etichetta guerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra. Mostra tutti i post

lunedì 7 novembre 2011

Ambiente:La guerra distrugge anche l'ambiente


Dai pozzi di petrolio in fiamme in Kuwait alla siccità che colpisce i profughi in Somalia

In guerra la prima a morire è la verità. E la seconda vittima è l'ambiente, si potrebbe chiosare la precedente sentenza di Eschilo. Tutti hanno ancora negli occhi le terribili immagini dei pozzi di petrolio in fiamme nel deserto del Kuwait, incendiati dai soldati iracheni di Saddam Hussein in ritirata nella prima guerra del Golfo nell'inverno del 1991. Oppure i gorilla di montagna uccisi e crocifissi dai bracconieri e dalla soldataglia dei signori della guerra in Ruanda e nel Congo occidentale.

ONU - Per questo motivo le Nazioni Unite hanno istituito nel 2001 la Giornata internazionale contro lo sfruttamento dell'ambiente nelle guerre e nei conflitti armati, che ogni anno si commemora il 6 novembre. «Nel commemorare la giornata internazionale, riconosciamo le conseguenze ad ampio raggio e a lungo termine sull'ambiente, sia in tempi di pace che di guerra», ha detto il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, nel suo messaggio. «Ribadiamo il nostro impegno per la gestione sostenibile delle risorse naturali come elemento critico per una pace e una sicurezza durature».

DANNI - Danni all'ambiente che proseguono anche oggi con i conflitti armati, specialmente in Africa. Che sommati ai problemi climatici in una delle zone più a rischio del mondo, acuiscono le difficoltà di milioni di profughi in zone come il Darfur, la Somalia e il Sahara occidentale con il popolo saharui.

fonte: http://www.corriere.it/gallery/ambiente/11-2011/guerra/1/guerra-ambiente_d2043336-07c6-11e1-8b90-2b9023f4624f.shtml#1

martedì 23 novembre 2010

Guerra :Lampi di guerra tra le due Coree Artiglieria colpisce isola, Seul risponde


L'isola sudcoreana di Yeonpyeong e' stata severamente danneggiata dal bombardamento di artiglieria della Corea del Nord. Almeno 50 colpi hanno raggiunto i bersagli, ha detto il portavoce dell'Incheon Metropolitan City, distretto cui appartiene l'isola. Un testimone ha raccontato: 'L'intero villaggio era un mare di fuoco'. E intanto il premier giapponese Naoto Kan ha ordinato ai suoi ministri di prepararsi 'a ogni evenienza' dopo il bombardamento dell'isola sudcoreana.

Torna alta la tensione al confine fra le due Coree. L'artiglieria nordcoreana ha colpito un'isola della Corea del Sud, situata ad ovest della penisola, nel Mar Giallo. Due soldati sudcoreani sono morti, più di una decina sono rimasti feriti, alcuni in modo gravissimo. L'esercito di Seul ha subito risposto al fuoco, mentre il governo ha decretato il massimo livello di allerta in tempo di pace, ha riunito il gabinetto di sicurezza e inviato i suoi caccia a sorvolare l'isola. Il presidente sudcoreano Lee Myung-bak ha invitato Pyongyang a evitare un'escalation, ma ha anche avvertito che se le "provocazioni continueranno" la risposta sarà "più forte". Sul caso, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu dovrebbe indire una riunione d'emergenza per i prossimi giorni. E Obama ha avvertito: "La Corea del Nord non sta rispettando i suoi obblighi nei confronti della comunità internazionale". Il presidente Usa ha annunciato che parlerà domani con il collega sudcoreano.

Volano, intanto,
accuse reciproche: per Seul si tratta di un attacco premeditato da parte della Corea del Nord in aperta violazione dell'armistizio del 1953, che mise fine alle ostilità anche se un trattato di pace fra i due paesi non è mai stato firmato. Un'azione disumana, che mette a serio rischio i civili che abitano l'isola, circa 1.500. Ma Pyongyang accusa l'esercito sudcoreano di aver sparato per primo e assicura che il bombardamento dell'isola è avvenuto in risposta a quei colpi. E minaccia nuove azioni se Seul violerà il confine marittimo tra i due Paesi "anche di 0,001 millimetri". Dal Sud arriva poi una precisazione: ammettendo di aver condotto esercitazioni militari nell'area, le autorità affermano di aver sparato in direzione ovest, non nord.

La zona dell'attacco, dove è situato un dispiegamento nordcoreano, è contesa da molti anni tra le due Coree e già in passato è stata teatro di scontri. Almeno 50 colpi d'artiglieria hanno raggiunto il bersaglio: obiettivo principale, secondo le prime informazioni, la base militare sull'isola che ospita almeno 600 marine e altre decine di militari di altri reparti. Il bombardamento ha però colpito anche decine di case, almeno 60 secondo i testimoni: le fiamme che hanno avviluppato gli edifici si sono propagate alle aree circostanti. Alcuni residenti hanno lasciato l'isola a bordo delle barche dei pescatori, altri si sono rifugiati nei bunker.

Le reazioni. Ferma la condanna dell'"azione bellica" nordcoreana da parte della Casa Bianca. Washington chiede che cessi immediatamente e conferma che gli Stati Uniti sono pienamente impegnati a garantire la sicurezza della Corea del Sud, oltreché la stabilità e la pace regionale. Il Pentagono per ora non ritiene necessario un "rafforzamento del deterrente militare" nell'area. Il governo cinese si è già detto molto preoccupato e ha invitato le parti a tornare alla ragionevolezza, invocando allo stesso tempo una rapida ripresa dei colloqui a sei (Corea del Nord, Corea del Sud, Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti), partiti nel 2003 per fermare la corsa all'atomica di Pyongyang. La Russia ha invitato a evitare un'escalation e vede un "colossale pericolo" all'orizzonte: la tensione nella regione sta crescendo, dice il ministro degli Esteri Serghei Lavrov ed "è necessario mettere fine agli attacchi immediatamente".

Dura condanna anche da parte della Nato e dell'Unione europea, che, per bocca dell'alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton, ha espresso preoccupazione profonda per gli eventi odierni, mentre il premier giapponese Naoto Kan ha riunito d'urgenza i ministri e ha detto loro di tenersi pronti a tutto per reagire in maniera ferma "qualunque imprevisto accada". Da Gerusalemme, anche il ministro degli Esteri Franco Frattini si aggiunge al coro di critiche internazionali contro Pyongyang e dichiara: "Dobbiamo rispondere duramente perché se questi episodi sono tollerati si dà un esempio pessimo ad altri Paesi del mondo, senza nominare nessuno in particolare".

Seul, situazione tranquilla. Tranquilla la situazione a Seul, riferisce l'ambasciatore italiano Andrea Leggeri. "Non c'è nessuna ragione per allarmare, il Paese ha reagito con calma" al bombardamento, ha detto parlando a Sky Tg24. L'ambasciata italiana sta seguendo l'evolversi della situazione.

Ieri le esercitazioni sudcoreane. Ieri Seul ha dato inizio al "Hoguk Exercise", una delle tre principali esercitazioni annuali di difesa che coinvolgono circa 70.000 militari, mentre oggi a Pechino è arrivato l'inviato speciale americano per la Corea del Nord Stephen Bosworth, nell'ambito dei colloqui sul dossier di Pyongyang in programma in questi giorni. Il bombardamento dell'isola giunge pochi giorni dopo la scoperta dell'esistenza di un sofisticato impianto per l'arricchimento dell'uranio in Corea del Nord, un sito dove i tecnici nordcoreani potrebbero fabbricare armi nucleari. La scoperta, fatta grazie alla visita di uno scienziato statunitense nel Paese, ha scatenato l'allarme internazionale. Washington ha parlato di aperta sfida, Seul si è detta "molto preoccupata" e Tokyo ha definito la situazione "totalmente inaccettabile".
fonte: http://www.repubblica.it/esteri/2010/11/23/news/lampi_di_guerra_tra_le_cree_artiglieria_colpisce_isola_seul_risponde-9397471/?rss

giovedì 23 settembre 2010

Ambiente : Battaglia ambientale


A più di 60 anni dalla resa del Giappone, il pianeta sta per affrontare nuovamente i fantasmi della Seconda Guerra Mondiale: oltre 8000 navi militari e civili affondate durante il conflitto potrebbero presto iniziare a rilasciare in mare il contenuto dei loro serbatoi. Un disastro ambientale di proporzioni immani di cui non parla nessuno. Ma che ha già cominciato a lanciare le prime avvisaglie.

Sul fondo degli Oceani c’è una bomba ecologica vecchia di oltre 60 anni pronta a esplodere, un ordigno ambientale così potente da far sembrare il disastro della Deep Water Horizon poco meno che un petardo: sono i serbatoi carichi di carburante delle oltre 8500 navi affondate durante la Seconda Guerra Mondiale nei mari di tutto il mondo. E tra queste più di 1500 petroliere.
A lanciare l’allarme dalle colonne del settimane NewScientist sono Trevor Gilbert, dell’Australian Maritime Safety Authority e Dagmar Etkin dell’Enviromental Research Consulting di New York, che insieme a un gruppo di colleghi hanno realizzato il primo database al mondo dei naufragi bellici potenzialmente pericolosi.Ecocatastrofe postbellica
A quasi 70 anni dall’affondamento l’acqua salata ha corroso le lamiere delle navi fino al limite della tenuta e i serbatoi di molti relitti cominciano a perdere. "Ci sono le prove che molti vascelli affondati al largo degli Stati Uniti sono sul punto di rilasciare in acqua carburanti, lubrificanti e sostanze pericolose di ogni sorta" afferma Etkins. "Non fare nulla e attendere è una possibilità, ma è un tentativo disperato" gli fa eco Ian MacLeod, dell’Australian Maritime Museum che ha già lavorato su molti relitti. "Nei prossimi 5-10 anni dovremmo aspettarci un consistente aumento degli affioramenti di carburante dai relitti di guerra che durerà almeno il prossimo mezzo secolo".
Ma quanto combustibile c’è la sotto? "Calcolarlo con esattezza è molto difficile"spiegano i ricercatori, "poiché molte navi hanno perso gran parte del carburante durante l’affondamento, a causa dei danni strutturali". Etikin e Trevor stimano però che i serbatoi di questi relitti conservano ancora tra 2,5 e 20 milioni di tonnellate di sostanze pericolose. Anche nello scenario più favorevole stiamo parlando di una quantità di derivati del petrolio pari al doppio di quello fuoriuscito dalla falla della piattaforma della BP e 10 volte la perdita della Exxon Valdez.
Fonte: focus.it

martedì 7 settembre 2010

In Amazzonia 34 tribù rischiano l'estinzione. Omicidi di indigeni sono aumentati del 63%. Deportazioni per fare spazio alle coltivazioni di Coca


Omicidi mirati, minacce, reclutamento forzato dei giovani nei gruppi armati della guerriglia, colonizzazione delle terre da parte dei coltivatori di coca e dei grandi latifondisti. In Colombia, nel fitto della foresta amazzonica, è in atto uno sterminio delle tribù indigene. Questa pulizia etnica avviene, salvo eccezioni, lontano dall'attenzione dell'opinione pubblica mondiale e in mezzo al decennale conflitto tra esercito e guerriglieri.

L'ONU: 33 AWA UCCISI IN UN SOLO ANNO - Ad accendere i riflettori questa volta intervengono le stesse Nazioni Unite. Secondo un rapporto dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), almeno 34 tribù colombiane stanno rischiando l'estinzione per le continue violenze cui sono sottoposte nelle loro terre. Le deportazioni sono citate come uno dei principali problemi che colpisce i popoli tribali della Colombia. Dei quattro milioni di rifugiati interni al paese, gli Indiani costituiscono il 15% del totale nonostante il fatto che rappresentino solo il due per cento della popolazione nazionale. Secondo il rapporto, tra il 2008 e il 2009 gli omicidi di indigeni colombiani sono aumentati del 63%, e nel solo 2009 sono stati assassinati 33 membri della tribù degli Awa. Solo due settimane prima della pubblicazione del rapporto, il leader Luis Socarrás Pimienta della tribù degli Wayúu è stato ucciso da un presunto paramilitare davanti alla sua casa nella provincia settentrionale colombiana di La Guajira. Secondo il rapporto, gli Awa richiedono «un'attenzione speciale» così come una delle ultime tribù nomadi dell'Amazzonia, i Nukak. Da quando i coltivatori di coca hanno colonizzato le loro terre, più della metà dei Nukak sono stati sterminati. Questo popolo vive intrappolato in un drammatico limbo sospeso tra gli opprimenti rifugi allestiti ai margini di una città e la violenza che divampa nella foresta.

PULIZIA ETNICA - Un precedente rapporto delle Nazioni Unite cita il sospetto di un programma di «pulizia etnica» del paese volto ad aprire le porte «allo stabilirsi di imprese agricole su larga scala, tra cui le piantagioni di palma da olio e gli allevamenti bovini». «Siamo sempre più limitati nei movimenti, persino quando dobbiamo andare a cacciare o a raccogliere il cibo», ha dichiarato il leader dei Wounaan, una tribù recentemente sfollata dai gruppi armati e dell'aumento della violenza conseguente all'afflusso di coltivatori di coca nel loro territorio. «Il precedente Presidente della Colombia si è fregiato di una vincente campagna contro la violenza, ma questo rapporto dimostra ancora una volta che il paese può solo vantare un lugubre record di abusi dei diritti umani contro la sua popolazione indigena - ha dichiarato il direttore generale di Survival International, Stephen Corry -. Il nuovo governo di Juan Manuel Santos deve agire una volta per tutte per impedire che i suoi cittadini più vulnerabili siano cancellati dalla faccia della terra, prima che sia troppo tardi».
fonte: http://www.corriere.it/esteri/10_settembre_06/onu-estinzione-indios_26c7c54c-b9d3-11df-90df-00144f02aabe.shtml

sabato 15 maggio 2010

nucleare : Risiko nucleare globale? No grazie


Dal 3 maggio è iniziata nella sede Onu di New York , l’ottava Conferenza per il riesame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) : durerà fino al 28 maggio. Sono presenti le delegazioni dei 189 paesi aderenti al Trattato. Scopo della Conferenza è esaminare lo stato d’attuazione dello stesso trattato e garantirne il rispetto in vista del completo disarmo nucleare.

C’è un primo punto su cui fare la massima chiarezza: il pericolo nucleare non viene in via esclusiva dalla Teheran del fanatico Amadinejad, come la vulgata occidentale tende a presentare, ma dalla complessa e contraddittoria rete di alleanze e assetti di potere che guida le sorti del pianeta.

In realtà, nonostante l’ambiziosa “opzione zero” rilanciata dal presidente Obama e qualche parziale progresso del Trattato Start 3 con la Russia , gli obiettivi del Trattato, dopo quarant’anni dall’entrata in vigore, continuano ad essere largamente inevasi.

Il motivo principale si deve alla disparità di status – mai messa in discussione dal Trattato – tra gli Stati possessori di armi nucleari (Usa, Russia, Cina, Regno Unito e Francia) e tutti gli altri. Una conseguenza questa di un complesso quadro geopolitico, dominato allora da chi se l’era cavata meglio nella seconda guerra mondiale, e dall’effettività di avere già sperimentato l’arma nucleare; quadro che ha determinato, a catena, la pratica del “due pesi due misure”, a seconda delle convenienze e connivenze con i diversi interlocutori.

Tra gli Stati firmatari del TNP solo i 5 citati hanno “il diritto” alle armi nucleari, anche se il Trattato ne imporrebbe il graduale disarmo. Questi stessi Stati sono impegnati a non trasferire armi atomiche ai paesi che non le possiedono e questi, a loro volta, si impegnano a rinunciare all’opzione nucleare militare ( articoli 1 e 2 del TNP).

Per l’energia nucleare civile invece l’art.4 ne riconosce il diritto per tutti i paesi aderenti al Trattato, sotto il controllo dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA).

Questo tema è diventato oggi più che mai d’attualità per la vicenda dell’arricchimento dell’uranio iraniano ( anche se Tehran, altalenante nei confronti delle ispezioni dell’Aiea, continua a sostenere di volere produrre solo il nucleare civile che considera indispensabile per la sua economia e specialmente per la raffinazione del greggio), ma è per sua natura un tema zeppo d’insidie.

Il passaggio dal nucleare civile a quello militare è – grazie alle tecnologie dual use – costoso ma relativamente semplice (facilitato anche dalla reperibilità dei materiali fissili degli arsenali dismessi delle ex repubbliche sovietiche). Si ottiene anche attraverso il “ritrattamento” chimico di combustibile esaurito (plutonio o uranio 235) estratto dai reattori. Il punto è che non tutti gli impianti di ritrattamento sono sottoposti al controllo dell’Aiea. Non lo sono certamente quelli dei paesi non firmatari del TNP. E’ il caso dell’India – non firmataria, come Pakistan e Israele, di questo trattato – che si è procurata la sua arma atomica nel 1974 , grazie al materiale fissile di un reattore Candu fornito dal Canada per un accordo di cooperazione nucleare civile. Anche Israele possiede da quasi 30 anni armi nucleari – circa 300 – grazie al plutonio fornito dalla Francia. Il fenomeno continua anche in tempi recenti: gli Usa nel 2005 hanno firmato con l’India un trattato per l’esportazione di tecnologia e combustibile nucleare, la Cina si è impegnata col Pakistan per la costruzione, nel tormentato Punjab, di due reattori nucleari.

L’incontrollabilità del dual use, la porosità del passaggio dall’ uso civile a quello militare, è uno dei modi più efficaci per aggirare il TNP.

Non l’unico: giocano questo stesso ruolo gli accordi bilaterali tra Usa e Stati europei e la “copertura” della Nato : Stati cioè che hanno ceduto porzioni della loro sovranità, in quanto alleati della Nato. In questo caso ci troviamo di fronte a “Nato versus TNP” , ovvero versus Onu.

E’ il caso delle bombe nucleari Usa, custodite fin dagli anni ’50 in diversi Stati europei, su cui i vari governi – in specie del nostro Paese – hanno steso veli d’opacità, squarciati via via nel tempo dallo stesso Pentagono. La presenza di questi ordigni, legata alle dinamiche della guerra fredda, è stata concretizzata attraverso trattati bilaterali di quell’epoca che, nel caso dell’Italia, risultano tuttora inspiegabilmente secretati. Si è trattato di una presenza molto invasiva e minacciosa: 7300 testate nucleari nella sola Europa. Oggi il numero risulta ridotto : tra Germania, Belgio, Olanda e Italia si parla di circa 200 ( un arsenale comunque superiore a quelli di Francia e Regno Unito) , di cui circa 80 in Italia , nelle basi Usa e Nato di Aviano e Ghedi.

Perché oggi, a più di vent’anni dalla dissoluzione dell’URSS, si continuano a mantenere in Europa questi ordigni, in aperta violazione degli articoli del TNP ? Perché anche la Nato del “nuovo” concetto strategico ne difende la presenza sul suolo europeo mentre ministri della Repubblica italiana, anche in tempi recentissimi, non sanno che dire in Parlamento o adducono ragioni insensate?

“La capacità nucleare della Nato in Europa accresce l’effetto deterrenza ed è valida per contrastare la proliferazione delle armi di distruzione di massa.”, disse il ministro Parisi, nel 2007, rispondendo a un’interrogazione parlamentare.

Un inaccettabile ossimoro ( armi atomiche = sicurezza) aggravato dall’ accordo di nuclear sharing del 2005: le forze armate del paese ospitante sono tenute a bombardare l’obiettivo, nonostante che la decisione dell’impiego dell’arma nucleare venga riservata agli Usa. In virtù di un automatismo dell’appartenenza alla Nato, il nostro Paese viola ripetutamente la nostra Costituzione (artt.1 e.11), il TNP (art.2) e il voto popolare di un referendum che, in Italia, bocciò a suo tempo il nucleare. A chi interessa?

Altri Paesi europei della Nato hanno dimostrato minore subalternità dell’Italia .

E’ il caso della Grecia che da tempo ha richiesto e ottenuto il ritiro delle armi nucleari Usa dal suo suolo, pur continuando ad essere membro della Nato ; ed è anche il caso di alcuni paesi europei (Germania, Benelux, Norvegia), che di recente si sono mossi nella stessa direzione del ritiro, grazie anche ad un’opinione pubblica informata e perciò allarmata.

Persino gli stessi Stati Uniti , sebbene per motivi differenti, mostrano alcune perplessità. Queste sono dovute all’obsolescenza, e quindi alla mancanza di sicurezza, di questi ordigni ( un’indagine svolta un paio di anni fa dall’aeronautica Militare Usa denunciava il mancato raggiungimento degli standard di sicurezza e di custodia delle armi nucleari in alcune basi europee, tra cui Ghedi). Questo fatto richiederebbe un ammodernamento dei vettori, da programmare nella tempistica e nei costi: ma non tutti gli alleati la vedono nello stesso modo. La Germania per esempio, non intende affrontare questa spesa e in questo modo esercita la sua opzione unilaterale per il ritiro. Un altro motivo per non essere “affezionati” a queste armi in Europa è legato al pragmatismo americano : gli Usa sono consapevoli che le forze strategiche e gli armamenti convenzionali di cui dispongono oggi i paesi nucleari della Nato sono di gran lunga più efficaci e rendono l’arma nucleare tattica un optional del tutto trascurabile.

Nonostante questi dubbi in seno alla sua stessa Amministrazione il presidente Obama, agli inizi dello scorso aprile, in sede di Nuclear Posture Review ha , tra le altre cose, dichiarato di non volere affrontare la materia delle armi nucleari Usa in Europa nella Conferenza di revisione del TNP ma di volere concordare un eventuale ritiro di queste armi a livello Nato, quando – in dicembre a Lisbona – ne verrà discusso il nuovo concetto strategico. Le motivazioni politiche di questo “stralcio” sono evidenti: in sede Nato gli Usa la fanno da padroni e non hanno l’ampiezza del contradditorio della conferenza Onu sul TNP . Non solo: Washington mira a legare l’eventuale rimozione dei suoi ordigni nucleari dal suolo europeo all’installazione, nello stesso territorio e nei mari adiacenti, di un sistema antimissile integrato, basato sia sul sistema navale Aegis ( per Mediterraneo, mar Baltico, largo delle coste della Gran Bretagna) , sia da componenti terrestri situate in Romania e in Polonia ( batterie d’intercettori SM3). Il punto è che, in questo caso, non sono scontate le reazioni della Russia che al momento della firma, lo scorso 8 aprile, del trattato Start 3 ha già annunciato di recedere dall’accordo in caso d’installazione di tecnologie antimissile ai propri confini.

Si tratta di un gioco a Risiko rischiosissimo che trova la sua leva forte nel mantenimento del principio della deterrenza, denunciata nel 2008 dal presidente dell’Onu Ban Ki Moon come “contagiosa”. Come dire che la sicurezza nucleare o è di tutti o non è.

Le prime avvisaglie della Conferenza del TNP sono andate in questo senso: l’Egitto, a nome di una coalizione composita – dalla Svezia alla Turchia, alla Nuova Zelanda, a diversi paesi arabi – ha chiesto che Israele sottoscriva il TNP, rinunci alle armi nucleari, si sottoponga alle ispezioni dell’Aiea. La coalizione ha chiesto anche a Usa e Francia, che in passato hanno collaborato al raggiungimento del nucleare militare israeliano, di “comunicare le notizie a disposizione sul potenziale nucleare d’Israele”. Perché l’unica strada per smontare le eventuali aspirazioni al nucleare militare iraniano è la creazione di un Medio Oriente denuclearizzato, aspirazione che si scontra con la presenza degli ordigni nucleari in Israele.

Può suscitare ironia che il presidente Ahmadinejad se la sia presa con le armi nucleari Usa in Italia e in Europa, ma occorre riconoscere che ha toccato un nervo scoperto, quello appunto del “due pesi, due misure”.

Obama ha recentemente riconosciuto che oggi la vera minaccia consiste nel possesso dell’arma nucleare da parte di soggetti non statuali: se è così risulta chiaro che meno armi nucleari sono in giro per il mondo più si affievolisce la possibilità che queste cadano nelle mani di soggetti di questo genere.

Occorre quindi attuare il TNP per quella parte che riguarda la creazione di ampie zone non nucleari a cominciare dal Medio Oriente e dall’Europa sull’esempio di “buone pratiche” già messe in atto da zone denuclearizzate, secondo il dispositivo dell’art.7 del TNP, come per esempio l’America Latina, il Pacifico del Sud, il Sudafrica.

l’Italia potrebbe fare approvare la legge d’iniziativa popolare “per un futuro senza atomiche”, per il ritiro delle armi Usa e potrebbe unirsi a quei paesi europei che si stanno muovendo in questo senso. Ancora una volta l’Europa potrebbe giocare un ruolo arrivando ad una posizione univoca in sostegno di quelle posizioni che anche negli Usa ne prospettano il ritiro.

Sono passi necessari nella direzione del disarmo nucleare, per arrivare al più presto, prima che sia troppo tardi, ad una Convenzione internazionale per la messa al bando definitiva delle armi nucleari. In queste settimane a New York le delegazioni di ben 117 Stati si stanno muovendo in questa direzione. Per mettere le armi nucleari fuori dalla storia? Proprio così, ci piacerebbe. Per amore e cura del mondo.
fonte: http://www.sinistraeliberta.eu/articoli/risiko-nucleare-globale-no-grazie

martedì 4 maggio 2010

armi atomiche: I dati sul nucleare

Da oggi al 28 maggio il quartier generale dell'Onu di New York ospita la conferenza quinquennale di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare. I 189 paesi firmatari cercheranno (forse invano: tre delle edizioni precedenti si conclusero senza neppure un generico comunicato finale comune) di dirimere il groviglio di problemi che dal 1975 ruota intorno a tre grandi questioni: il disarmo (e qui un passo importante, per quanto non decisivo, verso l'eliminazione degli arsenali atomici, cui sono impegnati i cinque paesi possessori ufficiali di tali armi, l'hanno compiuto l'8 aprile scorso Usa e Russia, firmando a Praga un nuovo trattato che riduce entro il 2017 le testate pronte all'uso a 1.550 per entrambi, contro le 2.200 attuali); la non proliferazione (mentre vari paesi, Iran in testa, stanno invece probabilmente cercando di procurarsi armi atomiche); e, infine, l'uso pacifico dell'energia atomica.
L'obiettivo della non proliferazione pare minacciato, paradossalmente, sia dal diffondersi stesso dell'uso civile dell'atomo (dalle barre esaurite delle centrali elettronucleari si può produrre plutonio o uranio fissili, malgrado gli stretti controlli dell'Iaea, l'Ente atomico internazionale incaricato della loro sorveglianza), sia soprattutto dall'accennata, evidente volontà di vari paesi non-nucleari di entrare in possesso di tali armi, benchè quasi tutti abbiano firmato il trattato in questione. E questo nonostante il costo proibitivo del loro sviluppo, specie per economie sottosviluppate.
Il quesito di fondo, per chi ha queste finalità, è infatti: quanto denaro serve per fabbricare armi atomiche? Certo un'enormità. Ma i costi, naturalmente, variano moltissimo in base al livello di sviluppo del sistema industriale che ne sorregge lo sforzo, alla capacità finanziaria e, soprattutto, alla sofisticazione dell'arma sviluppata (potenza e dimensioni) e al tipo di vettore di lancio prescelto (costruire un missile, ad esempio, costa ben più che acquistare un aereo, che però è assai più vulnerabile). Fino a creare differenze di spesa colossali.
Partiamo dagli Stati Uniti, dotati dell'arsenale atomico più sofisticato mai realizzato. Secondo uno studio della Brookings Institutions della fine degli anni 90, sfociato nel libro "Atomic Audit: The Costs and Consequences of U.S. Nuclear Weapons Since 1940", il costo globale del periodo che va dal 1946 al 1996 sfiora i 5.500 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti altri 35-50 miliardi annui di spese di mantenimento (vedi scheda a sinistra). Il risultato di questo sforzo immane è stata la produzione di oltre 70mila testate, di cui meno della metà effettivamente disponibili nel periodo di massima auge dell'arma, negli anni 60.
Ogni singolo ordigno risulta quindi costato circa 80 milioni di dollari: moltissimo, benchè la produzione di massa abbia diluito assai i costi e occorra tener conto del costo esorbitante dei vettori (missili, aerei e sottomarini), per oltre 3.200 miliardi. E comunque ben lontano dalle ottimistiche attese iniziali: il senatore democratico Brien McMahon, presidente della Commissione mista del Congresso per l'energia nucleare Usa, nel settembre del 1951 sosteneva infatti che «una potenza di fuoco basata su un'arma atomica è centinaia di volte più economica di una basata sull'esplosivo convenzionale».

L'esame del caso Usa fa sorgere un'altra domanda: a quale costo le altre potenze nucleari sono riuscite a dotarsi della "bomba"? La risposta è chiaramente assai difficile, trattandosi quasi sempre di una materia che scivola facilmente nel segreto di Stato. Ma qualche stima è certo possibile.
Per la Russia, erede del paese più chiuso del mondo che fu l'Urss, la creazione di un arsenale superiore per quantità (oltre 100mila testate) ma inferiore per qualità può essere stimata in una cifra oscillante tra 1.300 e 1.500 miliardi di dollari, tenuto conto dei costi interni assai inferiori rispetto a quelli Usa. Per comprendere questo sforzo,va ricordato come il collasso dell'Urss sia iniziato con il tentativo di tener testa alle gigantesche spese del progetto delle cosiddette "Guerre stellari" Usa. Per la Cina il costo può essere ridotto, per ragioni analoghe, a 7-800 miliardi.
Per Gran Bretagna e Francia la stima appare assai differente. Mentre la prima ha goduto i frutti della special partnership con gli Usa (in quel contesto ricevette, spesso gratis o a prezzo simbolico, progetti, materiali e interi sistemi d'arma, come i sottomarini Vanguard e i relativi missili Trident) e quindi si può stimare che il suo budget non superò gli 800-1.000 miliardi di dollari, Parigi ha dovuto faticare assai di più per sviluppare la propria force de frappe. Totale del conto: almeno 1.500 miliardi. Assai modesti, a confronto, gli oneri d'Israele (250-300 miliardi, in gran parte frutto degli aiuti di Usa, Francia e Gran Bretagna), India e Pakistan (100-150 miliardi ciascuna) e Corea del Nord (20-30 miliardi). Ma, in quest'ultimo caso, con un onere analogo a quello Usa quanto a rapporto con il Pil e con un costo unitario enorme delle 10 armi fabbricate.

Ciò induce a chiedersi se sia pagante condurre sforzi giganteschi, scientifici e finanziari, per dotarsi dell'arma assoluta: sul piano strategico forse sì, su quello economico certamente no. Eppure mai come oggi molti Pvs sono pronti a svenarsi per entrarne in possesso.

NUMERI SORPRENDENTI 151.000
Testate nucleari richieste dall'esercito americano negli anni 1956-57.
45.000Numero massimo di testate nucleari dispiegate dall'Unione Sovietica nel 1986. Il record per gli Usa risale al 1966, con 32.193 testate disponibili.
50 megaton
Potenza massima dell'ordigno termonucleare più grande mai costruito al mondo (due esemplari), chiamato "zar bomba". L'Urss la fece esplodere il 30 ottobre 1960 nell'arcipelago artico della Nuova Zemlya: la potenza teorica era addirittura doppia.
15 megatonPotenza massima della più grande bomba termonucleare Usa, costruita in oltre 100 esemplari nei modelli Mk17 e Mk24 e sperimentata il 1° marzo 1954.

fonte:.ilsole24ore.com

lunedì 18 gennaio 2010

Un esperto di sicurezza informatica simula l'intrusione nel sistema di una centrale nucleare


Un esperto di sicurezza informatica simula l'intrusione in una centrale, e l'esperimento riesce alla grande. Mettendo a nudo le debolezze della difesa "strategica" ha dimostrato che il terrore è dietro l'angolo. SUCCEDEVA AD APRILE 2008

Parlare di nucleare fa paura: mettete "uranio" e "centrale" in una conversazione e tutti sgraneranno gli occhi. Parlare di spyware, cioè quei programmi che fanno prendere il controllo del nostro computer a un hacker, fa un po' meno effetto: si pensa che basti un antivirus per metterli KO. Ma se il computer fosse quello di una centrale nucleare e l'hacker in questione fosse Ira Winkler, presidente della società di sicurezza Isag e con un passato alla National Security Agency? Doppia paura, specie visti i risultati. Winkler ha infatti simulato (dopo aver chiesto il permesso) un attacco informatico a una centrale nucleare: ha creato un sito che scarica uno spyware nei computer che lo visitano; poi ha inviato a qualche dipendente di un impianto nucleare una e-mail che parlava di tagli al personale, e invitava a visitare il sito per avere maggiori informazioni. Bingo... Qualcuno ha abboccato e Winkler, in poche ore, ha preso il controllo del sistema informatico dell'impianto. Con buona pace del sistema di protezione, che avrebbe dovuto garantire la sicurezza assoluta. E senza scomodare uranio e centrali varie.

martedì 5 gennaio 2010

URANIO IMPOVERITO: ASSOCIAZIONE VITTIME, 216 I MILITARI MORTI


''Sono almeno 216 i militari italiani morti per possibile contaminazione da uranio impoverito''. Lo sostiene l'Associazione Vittime Uranio che questa mattina a Lecce ha denunciato due nuovi casi di morte e quattro di malattia e reso pubblico in una conferenza stampa un documento ufficiale della Sanita' militare, agli atti dell'ultima commissione parlamentare di inchiesta.

''Si tratta tuttavia - ha spiegato pero' Francesco Palese, portavoce dell'associazione - di un bilancio incompleto. Il documento della Sanita' militare (che elenca 171 morti e 2500 malati) registra infatti l'ultimo decesso nel 2006 e non comprende peraltro i reduci da molte missioni, dai poligoni e tutti coloro che al momento della morte non erano piu' in servizio. Integrando questo documento con i dati in possesso dell'associazione - ha detto Palese - arriviamo a contare 216 morti, ma e' un dato ancora parziale''.

Sulla questione, lo scorso 22 dicembre, il deputato radicale Maurizio Turco ha presentato un'interrogazione al Ministro della Difesa La Russa perche' venga fatta chiarezza sulle reali dimensioni del fenomeno.

I nuovi casi di morte riguardano, segnala l'Associazione Vittime Uranio, D.S., ex paracadutista della Folgore, della provincia di Reggio Calabria, deceduto nell'ottobre del 2007 all'eta' di 32 anni a causa di una leucemia sorta in seguito alle missioni in Somalia e in Bosnia e V.C. militare della provincia di Taranto morto sempre di leucemia alcuni anni fa.

I casi di malattia riguardano invece un ex militare della provincia di Varese al quale e' stato diagnosticato un linfoma dopo una missione presso il poligono a mare di Capo San Lorenzo, in Sardegna, un militare della provincia di Taranto, reduce da diverse missioni all'estero e ora malato di linfoma, due ex militari della provincia di Lecce anche loro malati di cancro, il primo dopo una missione in Bosnia, il secondo dopo il servizio di leva nel poligono salentino di Torre Veneri.

domenica 15 novembre 2009

armi al fosforo: Falluja città dei tumori


Le conseguenze della armi al fosforo bianco usate dall'esercito Usa in Iraq «Sempre più bimbi nasconi deformi»

A Falluja è emergenza tumori: nella città nel centro dell’Iraq dove nel 2004 le forze americane usarono munizioni al fosforo bianco, si registra un aumento di casi - fino a 15 volte rispetto al normale - di bimbi nati deformi o affetti da gravi forme di tumore. La denuncia è del quotidiano britannico The Guardian, che pubblica oggi un reportage in cui neurologi e ostetrici dicono che l’aumento nel numero di neonati con gravi malformazioni non ha precedenti, e al momento nemmeno spiegazioni certe, e riferiscono di casi come quello di un bimbo nato con due teste, o di alcuni altri con tumori multipli e altri ancora con serie disfunzioni al sistema nervoso.

Il giornale riferisce di aver chiesto alla pediatra Samira Abdul Ghani di monitorare con attenzione la situazione per tre settimane: in questo periodo, nel solo ospedale centrale della città, sono nati 37 bambini con gravi anomalie. Altri medici interpellati sono prudenti nell’affermare che la causa potrebbe essere legata alle armi. Sostengono che fattori come l’inquinamento atmosferico, le radiazioni, prodotti chimici o medicine assunte in gravidanza, malnutrizione, o lo stato psicologico della madre potrebbero avere un ruolo significativo nell’inquietante fenomeno. Tuttavia è difficile non ricordare la battaglia del novembre 2004, scatenata dalle forze Usa contro gli insorti sunniti che spadroneggiavano a Falluja e avevano ucciso quattro contractor della società di sicurezza privata Blackwater e ne avevano poi appeso i cadaveri per i piedi ad un ponte. Una battaglia, andata avanti per settimane, in cui i militari americani fecero uso di armi al fosforo bianco, come alcuni mesi dopo documentò anche un documentario-indagine di Rai News 24.

Nel filmato si potevano vedere diversi cadaveri rattrappiti e semicarbonizzati, ma di persone che in realtà non erano morte fra le fiamme, perchè i loro vestiti erano intatti. Mohammad Tareq al-Deralji, direttore di un centro studi su Falluja, una ong nata nel 2005 dopo i bombardamenti sulla città ribelle, riferì in una conferenza stampa a Strasburgo, che «testimoni hanno visto una pioggia di sostanze incendiarie di vari colori che quando colpivano bruciavano le persone. E anche quelli che non erano colpiti avevano difficoltà a respirare». Sono vicende che altri sanitari ricordano benissimo, e che accostano al drammatico aumento di casi di leucemia, linfomi, tumori vari e terribili deformità congenite fra i neonati registrati nelle regioni meridionali del Paese, nelle aree di Bassora e Najaf, e che Baghdad ha denunciato per anni attribuendone la responsabilità all’uso da parte delle forze anglo-americane di ordigni all’uranio impoverito nella Guerra del Golfo del 1991. Frattanto, un gruppo di funzionari iracheni e britannici, che include l’ex ministro per gli affari femminili iracheno Nawal Majeed al-Sammarai, ha sottoscritto una petizione indirizzata all’Assemblea generale dell’Onu, per chiedere che una commissione indipendente che faccia luce sulla vicenda di Falluja, e individui eventuali misure da prendere.
fonte:lastampa.it

lunedì 2 novembre 2009

Un super asteroide fa scattare nel mondo l’allerta anti nucleare

Deep Impact.jpgGli specialisti del Pentagono e della Nasa hanno sciolto, con una con­clusione da brivido, il miste­ro per quanto è accaduto l’8 ottobre nel cielo dell’Indone­sia. Erano le 11 del mattino quando un tuono poderoso faceva tremare le pareti delle case della città di Bone lungo la costa e la gente correva in strada pensando al terremo­to. Ma guardando in cielo as­sistevano a una pioggia di polveri e a nuvole di vapore che la tv indonesiana ripren­deva mostrando l’enigmati­co fatto e diffondendo la pau­ra.

Una preoccupazione mag­giore assaliva i sorveglianti del Pentagono che nei conti­nenti gestiscono l’Internatio­nal Monitoring System, cioè quella catena di stazioni che con sistemi a infrasuoni regi­strano eventuali esplosioni nucleari sul pianeta o nell’at­mosfera. Così la Comprehen­sive Nuclear-Test-Ban Treaty Organisation controlla il ri­spetto degli accordi sul ban­do dei test nucleari. Anche a 18 mila chilometri di distanza da Bone gli appa­rati mostravano che qualco­sa di grave e violento era ac­caduto nell’atmosfera. Gli specialisti dell’US Air Force e di alcune università che lavo­rano per la Nasa riuscivano dalle registrazioni a risalire alla causa dell’evento.

Un asteroide di dieci metri di diametro era caduto nel­l’atmosfera alla velocità di venti chilometri al secondo. Sbriciolandosi nell’impatto soprattutto a un’altezza tra i dieci e i venti chilometri sca­tenava un’energia di 50 kton (equivalente a cinquantamila tonnellate di tritolo), vale a dire una potenza oltre tre vol­te superiore alla bomba ato­mica di Hiroshima, che era di quindici kton. Per fortuna la natura del bolide cosmico e la sua taglia consentivano la disintegrazione e la dissipa­zione in cielo dell’energia senza provocare danni al suo­lo se non un’onda d’urto che ha fatto temere il peggio. Ora è tutto chiaro, ma quanto è successo ha aumen­tato l’inquietudine per un’eventualità fino a epoche recenti nemmeno considera­ta. Statisticamente corpi di ta­glia simile cadono una volta ogni dieci anni. Ma il guaio è che non si riesce ad accorger­sene come in Indonesia per­ché gli strumenti disponibili non li «vedono».

«Al di sotto dei cento me­tri — dice Tim Spahr, diretto­re del Minor Planet Center di Cambridge (Massachusetts, Usa) sovrintendente a questo mondo dei pianetini — ne ab­biamo registrati ben pochi. Ma non certo di dieci metri. Per scoprirne anche di più grandi intorno ai venti metri occorrono telescopi più po­tenti e costosi». Il pericolo esiste, infatti, a partire da questa taglia perché sarebbe in grado di provocare disa­stri in superficie. Quello ca­duto a Tunguska nel 1908 aveva un diametro di cin­quanta metri e distrusse la fo­resta per duemila chilometri quadrati. Oggi esiste una rete di sor­veglianza, ma è ancora trop­po ridotta. Il Congresso ame­ricano ha chiesto alla Casa Bianca di elaborare una stra­tegia precisa entro l’ottobre 2010 tenendo conto delle in­dicazioni che entro l’anno ela­borerà il National Research Council.

Intanto la scorsa settimana al congresso della Società ge­ologica americana, Sankar Chatterjee, dell’Università del Texas, ha presentato i ri­sultati di un’indagine che cambia lo scenario all’origine della scomparsa dei dinosau­ri. Chatterje ha dimostrato che l’asteroide o cometa di quaranta chilometri, arrivato sessantacinque milioni di an­ni fa, cadde non nella Peniso­la dello Yukatan, ma in India, nel bacino di Shiva. L’impat­to creò uno strato di polvere che avvolse l’intero pianeta sconvolgendo il clima.

fonte: corriere.it

sabato 24 ottobre 2009

IL SACCHEGGIO DEL PIANETA


Dall'America Latina all'Asia, passando per l'Africa. Ovunque le risorse naturali sono le principali cause di battaglie tra interessi economici e diritti delle popolazioni.

Nepal la costruzione di un'enorme diga per la produzione di energia elettrica sul fiume Kali Gandaki fa sprofondare sott'acqua decine di ettari di foresta, causando la morte di migliaia di alberi e costringendo quasi 2.000 famiglie ad abbandonare la loro terra. Angola: nella provincia di Cabinda l'estrazione petrolifera produce l'inquinamento dei terreni e dei corsi d'acqua, con gravi ripercussioni sulla salute della popolazione e sulla produzione agricola. Ecuador: l'espansione della coltura intensiva di gamberi nel cantone di Muisne, nella zona settentrionale costiera di Esmeraldas, distrugge l'ecosistema locale privando le comunità residenti delle proprie fonti di sostentamento. Tre casi, tra i meno noti, tra le decine di conflitti che in Asia, Africa e America Latina riguardano l'ambiente, lo sfruttamento delle risorse naturali e i diritti umani, civili e politici delle popolazioni coinvolte.

La pesante incidenza dei cambiamenti climatici sul futuro del pianeta, la desertificazione, il progressivo esaurimento delle principali risorse comuni e l'assenza di politiche responsabili per il loro utilizzo e per la tutela delle comunità locali sono la causa scatenante dei numerosi conflitti ambientali che si combattono oggi nei diversi Sud del mondo, e che hanno come conseguenza diretta guerre, violazioni dei diritti umani e un globale impoverimento biologico ed economico.

Beni come l'acqua, gli idrocarburi, le foreste e le miniere sempre più spesso fanno da sfondo a contese che riguardano il loro utilizzo e il loro sfruttamento, e che nella maggior parte dei casi vedono contrapposti progetti e piani economici di grandi multinazionali alle legittime pretese delle popolazioni locali, depositarie di conoscenze e tecniche antiche che legano la loro sopravvivenza e il loro benessere a quello dell'ecosistema in cui vivono e con cui hanno imparato a mantenere un rapporto di equilibrio e rispetto. Alcuni dei conflitti che da anni riempiono le pagine dei giornali sono appunto di natura ambientale, come nel caso del Delta del Niger, dove l'attività delle multinazionali del petrolio
- ha provocato enormi danni ecologici e sociali, con l'inquinamento del bacino idrico e dei terreni circostanti, la distruzione delle coltivazioni di sussistenza e l'esproprio della terra della popolazione nigeriana, la cui opposizione è stata sedata nel sangue.

Altrettanto conosciuta è la storia dei mapuche argentini, in lotta contro l'impresa italiana Benetton e i suoi trasferimenti coatti a danno degli indigeni allo scopo di sfruttare il loro territorio. A volte le lotte intraprese dal basso dalle comunità native contro i progetti delle grandi compagnie hanno portato a delle vittorie parziali, come è accaduto in India, nel Bengala Occidentale, dove la Tata, uno dei maggiori gruppi industriali del Paese, ha dovuto rinunciare alla costruzione di una nuova fabbrica nella regione di Singur a causa dell'opposizione degli abitanti. Si tratta, però, di un ristretto numero di casi a fronte delle decine che coinvolgono i Paesi ricchi di risorse naturali, che in assenza di serie politiche di controllo e di una legislazione locale e internazionale ancora inadeguata, continuano a essere vittime degli interessi economici delle multinazionali.
fonte:verdi.it

venerdì 25 settembre 2009

ARMI ATOMICHE: il consiglio Onu approva il disarmo

Sotto la presidenza di Barack Obama si è aperta ieri a New York una storica riunione del Consiglio di sicurezza.

Il consiglio di sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità una risoluzione presentata dagli Stati Uniti riguardante il disarmo e la non proliferazione nucleare. La riunione, a livello di leader, è presieduta dal presidente americano Barack Obama: è la prima volta che un presidente Usa presiede una riunione del consiglio di sicurezza. Gli Stati Uniti hanno la presidenza di turno, nel mese di settembre, del consiglio dei quindici.

La risoluzione approvata oggi all’unanimità dal consiglio di sicurezza dell’Onu indica come obiettivo un pianeta senza armi nucleari. La risoluzione chiede la fine della proliferazione delle armi atomiche e chiede ai Paesi firmatari del Trattato di Non Proliferazione nucleare (Tnp) di mantenere il loro impegno a non sviluppare armi atomiche. Il documento esorta gli stati che non hanno firmato in Tnp a partecipare allo sforzo per giungere al disarmo. La risoluzione non menziona Paesi specifici, ma è un riferimento a India e Pakistan (mentre Israele non ha mai ammesso ufficialmente di avere ordigni atomici). La risoluzione, senza nominare direttamente Iran e Corea del Nord, menziona anche le «grandi sfide esistenti al regime di non proliferazione nucleare».

Il presidente americano Barack Obama ha detto oggi a New York che i prossimi mesi “saranno critici” per quanto riguarda i tentativi di combattere la proliferazione nucleare. “I prossimi dodici mesi saranno assolutamente critici nel determinare il successo di questa risoluzione e dei nostri sforzi per combattere la diffusione delle armi nucleari”, ha detto il presidente americano nel suo intervento di apertura della riunione dei leader dei 15 membri del consiglio di sicurezza. Obama ha espresso soddisfazione per l’approvazione da parte del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di una risoluzione che prefigura un pianeta senza armi nucleari.

lunedì 6 luglio 2009

Arsenali nucleari: Usa- Russia ENTRO 7 ANNI TESTATE RIDOTTE


Mosca e Washington hanno concordato di ridurre fino a 1500-1675 le testate nucleari e fino a 500-1100 il numero dei vettori. Il parziale disarmo avverra' nel giro di sette anni dopo l'entrata in vigore del nuovo accordo che sostituira' lo Start-1. Russia e Stati Uniti hanno anche concordato il transito di materiale e personale militare Usa in Afghanistan attraverso il territorio russo. I due governi continueranno, inoltre, il negoziato su una cooperazione sullo scudo antimissile.

Arsenali nucleari: intesa Usa-Russia sul disarmo nucleare


Russia e Usa hanno trovato un accordo sulla dichiarazione d'intenti che verra' firmata oggi dal presidente Barack Obama e dal collega Dmitry Medvedev sulla riduzione dei loro arsenali strategici e il rinnovo del trattato Start di controllo sulle armi atomiche. A renderlo noto l'agenzia Interfax. ''E' stato concordato il testo del documento'', ha aggiunto l'agenzia citando una fonte del ministero degli Esteri russo a poche ore dall'arrivo del presidente Obama a Mosca per la storica visita che puntera' a rilanciare i rapporti bilaterali tra i due Paesi.

Gli Stati Uniti e la Russia hanno trovato l’accordo sul testo che getta le basi per il negoziato di un trattato di riduzione delle armi nucleari. Lo ha annunciato l’agenzia Interfax. Il trattato, che entrambe le parti sperano di concludere per la fine dell’anno, sostituirà l’attuale Start del 1991, che scade a dicembre. L’intesa, che era già stata preannunciata, sarà formalmente firmata da Barack Obama e Dimitry Medvedev oggi al Cremlino e darà così il vià ai negoziatori per mettere a punto il trattato proprio per la firma a dicembre.

Conferme americane La notizia è stata confermata anche da fonti diplomatiche
russe e statunitensi. I negoziati sono andati avanti fino a tarda notte. Oggi arriva a Mosca Obama per la sua prima visita in Russia, che dovrebbe rilanciare le relazioni bilaterali deteriorate negli ultimi due anni. Obama - che viaggia accompagnato dalla moglie e dalle figlie Sasha e Malia - atterrerà a Mosca alle 13,20 ora locali (quando in Italia saranno le 11,20). Dopo una breve tappa al monumento del Milite Ignoto per deporre una corona di fiori, il presidente Usa si recherà al Cremlino per incontrare il presidente Medvedev. La Casa Bianca ha annunciato domenica, tramite il suo coordinatore per le questioni legate alle armi di distruzione di massa, Gary Samore, che conta nell’annuncio dell’accordo, ma non è entrata nei particolari dei tagli previsti nel trattato.

Il summit Medvedev e Obama affronteranno anche temi legati all’Iran, all’Afghanistan, alla Corea del Nord e all’economia mondiale. I due leader, che termineranno l’incontro, con una conferenza stampa e una cena, potrebbero anche sottoscrivere un accordo per consentire il passaggio sul territorio russo dei rifornimenti per le truppe statunitensi in Afghanistan. Obama avrà domani una colazione di lavoro con il premier, Vladimir Putin e incontrerà Mickhail Gorbaciov.

venerdì 19 giugno 2009

RIFUGIATI: 42 MiLioNi IN FUGA PER GUERRE O CARESTIE. DOMANI GIORNATA ONU


Si celebra domani in tutto il mondo la Giornata del Rifugiato, indetta dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). La ricorrenza coincide con un momento particolarmente delicato per le condizioni di milioni di profughi, sfollati e rifugiati in tutto il mondo, e con un incremento del numero di persone coinvolte dopo alcuni anni di relativa stabilita'. E' quanto emerge dal rapporto ''Global trends'' diffuso per l'occasione dall'Alto Commissariato ,secondo il quale sono 42 milioni, le persone costrette alla fuga da guerre e persecuzioni alla fine del 2008. Questa cifra e' dovuta ad un brusco rallentamento dei rimpatri e ad una maggior durata dei conflitti, risultante in forme di esilio protratto. Il numero totale comprende 16 milioni di rifugiati e richiedenti asilo e 26 milioni di sfollati all'interno del proprio paese.

Secondo il rapporto dell'UNHCR l'80% dei rifugiati del mondo si trova nei paesi in via di sviluppo, cosi' come la stragrande maggioranza degli sfollati - una popolazione nei confronti della quale cresce l'impegno dell'UNHCR. Molte persone sono in esilio da anni senza la prospettiva di una soluzione.

''Nel 2009 abbiamo gia' assistito a un consistente movimento forzato di popolazioni, principalmente in Pakistan, Sri Lanka e Somalia,'' ha detto l'Alto Commissario Anto'nio Guterres. ''Se alcune forme di fuga possono avere breve durata, altre possono durare anni e perfino decenni in attesa di una soluzione. Sono diverse le situazioni di popolazioni sradicate da ormai molto tempo: in Colombia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo e Somalia. Ciascuno di questi conflitti ha inoltre generato rifugiati che hanno oltrepassato le frontiere''.

Almeno 5,7 milioni di rifugiati vivono in un vero e proprio limbo. Si tratta di 29 differenti gruppi composti da oltre 25 mila rifugiati ciascuno che sono in esilio da piu' di cinque anni in 22 paesi senza che vi sia ancora per loro alcuna prospettiva per una soluzione immediata.

Sono circa 2 milioni i rifugiati e gli sfollati che sono potuti tornare a casa nel 2008, un numero inferiore rispetto all'anno precedente. Il ritorno a casa dei rifugiati (604 mila rimpatriati) e' calato del 17%, mentre per gli sfollati (1,4 milioni) il calo e' stato del 34%. Il rimpatrio, tradizionalmente considerata la soluzione durevole piu' diffusa per i rifugiati, ha raggiunto il secondo livello piu' basso negli ultimi 15 anni. Questo declino riflette in parte il deterioramento delle condizioni di sicurezza principalmente in Afghanistan e Sudan.

sabato 13 giugno 2009

TEST NUCLEARI:Corea del Nord "Useremo il plutonio"


La Corea del Nord comincera' un programma per arricchire l'uranio e usera' a scopi militari tutto il plutonio che estrarra'. Lo afferma l'agenzia nordcoreana Kcna, aggiungendo che Pyingyang intraprendera' azioni militari se gli Usa e i loro alleati cercheranno di isolarla.



Pyongyang - Prosegue la minaccia della Corea del Nord, tesa a impaurire il mondo. Questa volta fa la voce grossa per rispondere al voto all’unanimità con il quale il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha rafforzato le sanzioni contro Pyongyang a seguito dei test missilistici e nucleari condotti nelle scorse settimane. "L’opzione che consiste nell’abbandono delle armi nucleari è diventata cosa impossibile, e poco ci importa che alcuni ci autorizzano o no a disporre di armi nucleari", ha reso noto il ministero degli Esteri in un comunicato. "In primo luogo, tutto il plutonio estratto sarà utilizzato a fini militari. Un terzo delle barre di combustibili è già stato ritrattato", è stato spiegato.

Tecnologia disponibile "In secondo luogo, cominceremo l’arricchimento dell’uranio", ha aggiunto il ministero in un comunicato, affermando che il paese dispone della tecnologia necessaria grazie alla costruzione di reattori ad acqua leggera. Pyongyang ha informato, inoltre, che Pyongyang. Si tratta della prima reazione ufficiale nordcoreana alla decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu di inasprire le sanzioni contro Pyongyang in risposta al suo test del 25 maggio.

giovedì 16 aprile 2009

centrali nucleari: Un esperto di sicurezza informatica simula l'intrusione nel sistema informatico di una centrale Nucleare


Un esperto di sicurezza informatica simula l'intrusione in una centrale, e l'esperimento riesce alla grande. Mettendo a nudo le debolezze della difesa "strategica" ha dimostrato che il terrore è dietro l'angolo. ACCADEVA IL 29 aprile 2008

Parlare di nucleare fa paura: mettete "uranio" e "centrale" in una conversazione e tutti sgraneranno gli occhi. Parlare di spyware, cioè quei programmi che fanno prendere il controllo del nostro computer a un hacker, fa un po' meno effetto: si pensa che basti un antivirus per metterli KO. Ma se il computer fosse quello di una centrale nucleare e l'hacker in questione fosse Ira Winkler, presidente della società di sicurezza Isag e con un passato alla National Security Agency? Doppia paura, specie visti i risultati. Winkler ha infatti simulato (dopo aver chiesto il permesso) un attacco informatico a una centrale nucleare: ha creato un sito che scarica uno spyware nei computer che lo visitano; poi ha inviato a qualche dipendente di un impianto nucleare una e-mail che parlava di tagli al personale, e invitava a visitare il sito per avere maggiori informazioni. Bingo... Qualcuno ha abboccato e Winkler, in poche ore, ha preso il controllo del sistema informatico dell'impianto. Con buona pace del sistema di protezione, che avrebbe dovuto garantire la sicurezza assoluta. E senza scomodare uranio e centrali varie.

martedì 31 marzo 2009

Tsutomu Yamaguchi: Quella linea sottile tra fortuna e sfortuna

Una storia così mette davvero in crisi i concetti di fortuna e sfortuna, ne sfuma i confini, ne ribalta i significati. Ne hanno parlato i giornali e le tv di mezzo mondo: Tsutomu Yamaguchi, 93 anni

Furono sufficienti pochi istanti per cancellare le città di Nagasaki e Hiroshima: le due potenti onde d'urto e il micidiale vento atomico non lasciarono scampo e si portarono via in un attimo decine di migliaia di vite umane. Lo sa bene Tsutomu Yamaguchi, uno dei pochi sopravvissuti ai due attacchi atomici in Giappone. Sì, a entrambi. Il 6 agosto del 1945, Tsutomu Yamaguchi si trovava ad Hiroshima per lavoro. Proprio quel giorno l’Enola Gay lanciò sulla città Little Boy. Questo signore si trovava a tre chilometri dal luogo preciso dove cadde la bomba: trascorse la notte in città, dove venne curato per le sue gravi ustioni. Dopo due giorni, venne rimandato a casa. E indovinate un po’ qual era la sua città? Proprio Nagasaki, dove il 9 agosto del 1945, poche ore dopo il suo rientro a casa, dovette sopportare lo stesso scenario visto tre giorni prima. La singolare scoperta risale a pochi giorni fa. Che Yamaguchi fosse sopravvissuto all'attacco di Nagasaki era già noto da tempo, ma non si sapeva invece che l'uomo fosse anche sopravvissuto al precedente bombardamento atomico di Hiroshima. La conferma giunge direttamente dall'amministrazione comunale di Nagasaki e fa di Yamaguchi l'unico superstite di entrambi i bombardamenti delle due famose città giapponesi. Stando ai dati statistici, Tsutomu Yamaguchi è una delle 260mila persone che riuscirono a sopravvivere agli attacchi, che causarono la morte di circa 140mila individui a Hiroshima e di almeno 70mila a Nagasaki. Non si conoscono ancora ulteriori dettagli sull'uomo che sopravvisse a entrambi gli attacchi atomici, per ragioni di privacy l'amministrazione comunale ha preferito non fornire ancora notizie aggiuntive sulle sue condizioni di salute a distanza di tanti anni dall'esposizione alle radiazioni. Protagonista, suo malgrado, di una delle pagine più terrificanti nella storia dell'umanità, Yamaguchi può sicuramente ritenersi un uomo fortunato, ammesso che di fortuna si possa parlare in episodi del genere... Questa storia in realtà è abbastanza datata.

E non fu l'unico a vivere due volte quella esperienza. Molti sopravvissuti a Hiroshima si recarono a Nagasaki in treno. La cosa davvero sorprendente è che Nagasaki non era il bersaglio della seconda bomba atomica, bensì Kokura, ma sopra quella città il tempo era troppo coperto e così cambiarono i piani all'ultimo momento. Ad ogni modo non parlerei di fortuna: Tsutomu Yamaguchi dovette subire diversi interventi per riparare i danni degli effetti della bomba, e la sua salute ne risentì comunque, oltre ad aver visto morire amici e parenti. Sinceramente non trovo opportuno parlare di fortuna. Ci sono situazioni in cui i vivi rimpiangono i morti.

Lettori fissi

Visualizzazioni totali