E’ in vigore da ieri la Convenzione che mette al bando le bombe a grappolo e ne proibisce produzione, uso, stoccaggio e trasferimento. La Convenzione e’ stata firmata da 107 paesi e ratificata da altri 30. Per il segretario generale dell’Onu la sua entrata in vigore rappresenta ‘un passo avanti importante’. Lo stock mondiale delle bombe a grappolo e’ stimato in un miliardo di esemplari. Usa,Cina,Russia e Israele (che ne hanno il maggior numero) non hanno firmato la Convenzione.
fonte: Ansa
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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lunedì 2 agosto 2010
domenica 30 maggio 2010
Banche: I vizi capitali delle banche

L’appoggio offerto alle aziende che producono armi, analizzato a fondo oggi a Firenze nell’ambito di Terra Futura, è solo uno dei “sette vizi capitali” degli istituti di credito, a giudizio di una serie di associazioni che hanno promosso un’iniziativa “per far luce sulle responsabilità delle banche nei processi di impoverimento e di erosione dei beni comuni”. I sette vizi capitali, dai quali prende il nome anche il sito che lancia l’iniziativa, sono armamenti, impatto sociale, impatto ambientale, paradisi fiscali, tutela del risparmiatore, nucleare civile e privatizzazione dei servizi idrici.
Per ciascuno di questi criteri si esamina il comportamento delle prime dieci banche italiane e di tre istituti atipici, e cioè Banca Etica, Credito Cooperativo e Banco Posta. “Mai come oggi infatti le scelte economiche del Paese dipendono dal sistema bancario, che spesso ne decide le sorti in base alle prospettive di guadagno. Per questo diventa importante riscoprire il ruolo del consumatore e del risparmiatore, come parte attiva di un percorso di cambiamento”, spiegano i promotori dell’iniziativa.
Per esempio, per quanto riguarda la voce ‘paradisi fiscali’, Vizicapitali ricorda che Unicredit “ha controllate, dirette o indirette, in Lussemburgo, Delaware, Svizzera, San Marino, Dublino. Attraverso Pioneer controlla istituti a Hong Kong, Dublino, Delaware, Lussemburgo e nelle Bermuda. La controllata HypoVereinsbank è presente a Singapore, Lussemburgo, Londra, Hong Kong, Amsterdam e alle Isole Cayman. Mediante Bank of Austria si appoggia a controllate a George Town (Cayman)”. Sotto il profilo “impatto sociale e ambientale”, il sito denuncia che “Bnp Paribas è tra i finanziatori del progetto di centrale idroelettrica Theun-Hinboun Expansion, nel Laos Centrale, che costituisce una seria minaccia per la sopravvivenza delle comunità locali. Esso sta causando lo spostamento forzato di 4.186 indigeni e coinvolgerà altre 51.441 persone, in violazione delle stesse leggi del Laos e degli Equator Principle”. Ancora: alla voce ‘nucleare’ si legge che “Bnp – Paribas ha deciso di finanziare con 250 milioni di euro il reattore nucleare di Belene, in Bulgaria. Tra i molti e gravi problemi di sicurezza, la zona dove dovrebbe sorgere la centrale è fortemente sismica”.
fonte:disarmo.org
Armi :l'export che ignora la crisi Nell'ultimo biennio aumento del 74%
C'è un export che non conosce crisi, quello delle armi. Tra il 2008 e il 2009, quando tutti i settori produttivi, senza eccezioni, ripiegavano su percentuali negative (dalle quali stentano a riprendersi) l'esportazione italiana di armamenti ha raggiunto un picco del +74 per cento. Il dato emerge dal rapporto "Finanza e armamenti: le connessioni di un mercato globale", presentato stamane a "Terra Futura", a Firenze, dall'Ires Toscana.
"E' perché si tratta di un trend legato al terrorismo internazionale, sganciato quindi dalla crisi. I committenti sono Paesi che si trovano in aree critiche, che si sentono minacciati. Infatti negli ultimi due anni ci sono state grosse commesse alle imprese italiane da parte di Arabia Saudita, Turchia, Iraq e Libia", spiega uno degli autori della ricerca, Giorgio Beretta, caporedattore di Unimondo.
Nell'ultimo decennio, attesta il rapporto, sono state autorizzate agli istituti di credito italiani operazioni relative a esportazioni di armamenti italiani per un valore di 15,5 miliardi di euro. Per l'esportazione, le imprese italiane si appoggiano in molti casi alle banche italiane. Nel solo 2009 gli istituti di credito del nostro Paese si sono ripartiti operazioni di incasso da vendite dell'industria italiana di prodotti per la "sicurezza e difesa" pari a 3,79 miliardi di euro, su un totale di commesse autorizzate alle aziende pari a 4,9 miliardi che, con una crescita del 61% rispetto al 2008, rappresentano il record ventennale dell'esportazione del settore.
"Più del 55% delle operazioni relative alle esportazioni - spiegano Beretta e Chiara Bonaiuti, l'altra autrice del rapporto - sono ripartite in maniera abbastamza uniforme fra tre gruppi bancari: il gruppo BNL-BNP Paribas, che ha assunto operazioni per oltre 3,3 miliardi di euro (cioè il 21,5% del totale); il gruppo Capitalia-Unicredit che - soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di Roma - ne ha assunte per oltre 2,65 miliardi di euro, cioè il 17,2%, e infine il gruppo Intesa-SanPaolo, che ne ha svolte per oltre 2,62 miliardi di euro (16,91%)".
Tuttavia, spiega Beretta, "negli ultimi tre anni Intesa-SanPaolo e Unicredit hanno limitato e contenuto le loro operazioni, soprattutto Intesa, mentre BNL-BNP ha comunque una policy piuttosto rigorosa, restringe le operazioni a Paesi Nato e dell'Unione Europea". Dunque ultimamente sono altre le banche che si contendono le operazioni di appoggio all'esportazione delle imprese italiane. Quali, e in che misura, dice Beretta, è però complicato sapere dal momento che "da tre anni a questa parte è sparito "l'elenco di dettaglio degli istituti di credito" che dal 1990 veniva pubblicato a cura delle presidenza del Consiglio. E quindi i ricercatori devono accontentarsi dei dati sulle operazioni autorizzate e delle autocertificazioni delle banche.
Altro campo d'indagine del rapporto è quello dei fondi comuni d'investimento venduti ai risparmiatori dalle banche: il 70% contiene azioni di aziende a produzione militare. L'unica società d'intermediazione italiana che non ha alcun coinvolgimento in materia è Etica Sgr (Banca Etica). Al primo posto, emerge dal rapporto, si colloca Unicredit (478 milioni di euro investiti in aziende produttrici di armi), seguono Mediolanum (207 milioni di euro), Intesa SanPaolo (189 milioni di euro).
"I fondi più esposti sono quelli tematici con focus geografico o tecnologico - spiega Chiara Bonaiuti - ad esempio il cliente che abbia acquistato il fondo Pioneer SF US Equità Market Plus, ha investito in 13 delle prime 100 aziende a produzione militare, tra le quali Boeing, Lookheed Martin, General Dynamics, Textron, Rayteon, United Technologies, due delle quali producono armi nucleari e tre munizioni cluster. Altro fondo esposto è l'Eurizon Easy Fund di Equity Industrial".
Se la stragrande maggioranza dei fondi comuni d'investimento contiene partecipazioni in aziende che producono armi, qualche investimento di questo tipo è stato rilevato dai ricercatori anche nell'ambito dei fondi pensione. "Si tratta di investimenti marginali rispetto a quelli dei grandi fondi pensione americani, ma sempre significativi da un punto di vista qualitativo", dice Franco Bortolotti, coordinatore scientifico di Ires Toscana.
fonte:repubblica.it
"E' perché si tratta di un trend legato al terrorismo internazionale, sganciato quindi dalla crisi. I committenti sono Paesi che si trovano in aree critiche, che si sentono minacciati. Infatti negli ultimi due anni ci sono state grosse commesse alle imprese italiane da parte di Arabia Saudita, Turchia, Iraq e Libia", spiega uno degli autori della ricerca, Giorgio Beretta, caporedattore di Unimondo.
Nell'ultimo decennio, attesta il rapporto, sono state autorizzate agli istituti di credito italiani operazioni relative a esportazioni di armamenti italiani per un valore di 15,5 miliardi di euro. Per l'esportazione, le imprese italiane si appoggiano in molti casi alle banche italiane. Nel solo 2009 gli istituti di credito del nostro Paese si sono ripartiti operazioni di incasso da vendite dell'industria italiana di prodotti per la "sicurezza e difesa" pari a 3,79 miliardi di euro, su un totale di commesse autorizzate alle aziende pari a 4,9 miliardi che, con una crescita del 61% rispetto al 2008, rappresentano il record ventennale dell'esportazione del settore.
"Più del 55% delle operazioni relative alle esportazioni - spiegano Beretta e Chiara Bonaiuti, l'altra autrice del rapporto - sono ripartite in maniera abbastamza uniforme fra tre gruppi bancari: il gruppo BNL-BNP Paribas, che ha assunto operazioni per oltre 3,3 miliardi di euro (cioè il 21,5% del totale); il gruppo Capitalia-Unicredit che - soprattutto per le operazioni autorizzate alla Banca di Roma - ne ha assunte per oltre 2,65 miliardi di euro, cioè il 17,2%, e infine il gruppo Intesa-SanPaolo, che ne ha svolte per oltre 2,62 miliardi di euro (16,91%)".
Tuttavia, spiega Beretta, "negli ultimi tre anni Intesa-SanPaolo e Unicredit hanno limitato e contenuto le loro operazioni, soprattutto Intesa, mentre BNL-BNP ha comunque una policy piuttosto rigorosa, restringe le operazioni a Paesi Nato e dell'Unione Europea". Dunque ultimamente sono altre le banche che si contendono le operazioni di appoggio all'esportazione delle imprese italiane. Quali, e in che misura, dice Beretta, è però complicato sapere dal momento che "da tre anni a questa parte è sparito "l'elenco di dettaglio degli istituti di credito" che dal 1990 veniva pubblicato a cura delle presidenza del Consiglio. E quindi i ricercatori devono accontentarsi dei dati sulle operazioni autorizzate e delle autocertificazioni delle banche.
Altro campo d'indagine del rapporto è quello dei fondi comuni d'investimento venduti ai risparmiatori dalle banche: il 70% contiene azioni di aziende a produzione militare. L'unica società d'intermediazione italiana che non ha alcun coinvolgimento in materia è Etica Sgr (Banca Etica). Al primo posto, emerge dal rapporto, si colloca Unicredit (478 milioni di euro investiti in aziende produttrici di armi), seguono Mediolanum (207 milioni di euro), Intesa SanPaolo (189 milioni di euro).
"I fondi più esposti sono quelli tematici con focus geografico o tecnologico - spiega Chiara Bonaiuti - ad esempio il cliente che abbia acquistato il fondo Pioneer SF US Equità Market Plus, ha investito in 13 delle prime 100 aziende a produzione militare, tra le quali Boeing, Lookheed Martin, General Dynamics, Textron, Rayteon, United Technologies, due delle quali producono armi nucleari e tre munizioni cluster. Altro fondo esposto è l'Eurizon Easy Fund di Equity Industrial".
Se la stragrande maggioranza dei fondi comuni d'investimento contiene partecipazioni in aziende che producono armi, qualche investimento di questo tipo è stato rilevato dai ricercatori anche nell'ambito dei fondi pensione. "Si tratta di investimenti marginali rispetto a quelli dei grandi fondi pensione americani, ma sempre significativi da un punto di vista qualitativo", dice Franco Bortolotti, coordinatore scientifico di Ires Toscana.

fonte:repubblica.it
domenica 15 novembre 2009
armi al fosforo: Falluja città dei tumori

Le conseguenze della armi al fosforo bianco usate dall'esercito Usa in Iraq «Sempre più bimbi nasconi deformi»
A Falluja è emergenza tumori: nella città nel centro dell’Iraq dove nel 2004 le forze americane usarono munizioni al fosforo bianco, si registra un aumento di casi - fino a 15 volte rispetto al normale - di bimbi nati deformi o affetti da gravi forme di tumore. La denuncia è del quotidiano britannico The Guardian, che pubblica oggi un reportage in cui neurologi e ostetrici dicono che l’aumento nel numero di neonati con gravi malformazioni non ha precedenti, e al momento nemmeno spiegazioni certe, e riferiscono di casi come quello di un bimbo nato con due teste, o di alcuni altri con tumori multipli e altri ancora con serie disfunzioni al sistema nervoso.
Il giornale riferisce di aver chiesto alla pediatra Samira Abdul Ghani di monitorare con attenzione la situazione per tre settimane: in questo periodo, nel solo ospedale centrale della città, sono nati 37 bambini con gravi anomalie. Altri medici interpellati sono prudenti nell’affermare che la causa potrebbe essere legata alle armi. Sostengono che fattori come l’inquinamento atmosferico, le radiazioni, prodotti chimici o medicine assunte in gravidanza, malnutrizione, o lo stato psicologico della madre potrebbero avere un ruolo significativo nell’inquietante fenomeno. Tuttavia è difficile non ricordare la battaglia del novembre 2004, scatenata dalle forze Usa contro gli insorti sunniti che spadroneggiavano a Falluja e avevano ucciso quattro contractor della società di sicurezza privata Blackwater e ne avevano poi appeso i cadaveri per i piedi ad un ponte. Una battaglia, andata avanti per settimane, in cui i militari americani fecero uso di armi al fosforo bianco, come alcuni mesi dopo documentò anche un documentario-indagine di Rai News 24.
Nel filmato si potevano vedere diversi cadaveri rattrappiti e semicarbonizzati, ma di persone che in realtà non erano morte fra le fiamme, perchè i loro vestiti erano intatti. Mohammad Tareq al-Deralji, direttore di un centro studi su Falluja, una ong nata nel 2005 dopo i bombardamenti sulla città ribelle, riferì in una conferenza stampa a Strasburgo, che «testimoni hanno visto una pioggia di sostanze incendiarie di vari colori che quando colpivano bruciavano le persone. E anche quelli che non erano colpiti avevano difficoltà a respirare». Sono vicende che altri sanitari ricordano benissimo, e che accostano al drammatico aumento di casi di leucemia, linfomi, tumori vari e terribili deformità congenite fra i neonati registrati nelle regioni meridionali del Paese, nelle aree di Bassora e Najaf, e che Baghdad ha denunciato per anni attribuendone la responsabilità all’uso da parte delle forze anglo-americane di ordigni all’uranio impoverito nella Guerra del Golfo del 1991. Frattanto, un gruppo di funzionari iracheni e britannici, che include l’ex ministro per gli affari femminili iracheno Nawal Majeed al-Sammarai, ha sottoscritto una petizione indirizzata all’Assemblea generale dell’Onu, per chiedere che una commissione indipendente che faccia luce sulla vicenda di Falluja, e individui eventuali misure da prendere.
fonte:lastampa.it
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