Farmaci efficaci e selettivi, perché colpiscono solo le cellule malate Progressi nella cura del cancro al pancreas
Sfruttare le tecnologie più moderne per arrivare a un livello infinitamente piccolo, proprio quello delle cellule che compongono l’organismo umano. L’obiettivo è trovare il modo per «recapitare» i farmaci proprio dentro alle cellule malate oppure creare micro-strumenti diagnostici che siano in grado di vedere e capire se c’è una patologia e di cosa si tratta. Si è tornati a parlare di nanotecnologie nei giorni scorsi a Roma, durante un convegno patrocinato da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie), che ha fatto il punto su alcuni nanofarmaci già disponibili.
COME NELLA FANTASCIENZA - «Un nanometro – spiega Mauro Ferrari, presidente del Methodist Hospital Research Institute di Houston, considerato il padre della nanomedicina - equivale a un miliardesimo di metro. In queste dimensioni le proprietà fisiche della materia e il modo in cui si esprimono le leggi della natura cambiano. Le nanotech modificano radicalmente i principi della lotta al cancro perché aprono nuovi orizzonti nella personalizzazione della terapia. E lo stesso può essere valido per la diagnosi radiologica: uno degli obiettivi è infatti sviluppare traccianti radioattivi legati ad altre sostanze che mirino a punti specifici del tumore. In questo modo sarà possibile disporre di una definizione diagnostica decisamente migliore di quella offerta dai normali mezzi di contrasto». Oggi è così possibile superare le «barriere» che il cancro costruisce, finora impermeabili ai farmaci chemioterapici tradizionali. In pratica, una particella di circa 100 nanometri è in grado entrare nella cellula (che ha un diametro compreso fra i 10mila ai 20mila nanometri) e di interagire con il Dna e con le proteine. Le nanoparticelle funzionano un po’ come i droni di certi film di fantascienza, quei robot con limitate capacità decisionali e che possono anche essere comandati a distanza: sono in grado di attraversare la massa densa che circonda il tumore e di trasportare il medicinale in maniera selettiva nelle cellule malate, in concentrazioni maggiori e senza danneggiare i tessuti sani.
UN NUOVO FARMACO PER IL TUMORE AL PANCREAS - Uno di questi farmaci, il Nab paclitaxel (paclitaxel legato all’albumina in nanoparticelle), è già utilizzato con successo nel tumore del seno e ora ha mostrato risultati positivi nel pancreas. «La nanomedicina rappresenta una vera e propria rivoluzione per l’oncologia e apre la strada alla chemioterapia target, la nuova frontiera per sconfiggere il cancro – dice Stefano Cascinu, presidente Aiom -. Oggi, per la prima volta, siamo di fronte a un sensibile passo in avanti nel trattamento del tumore del pancreas, una delle neoplasie a prognosi più infausta di cui si registrano 11.500 nuove diagnosi ogni anno in Italia. Purtroppo, poco più del cinque per cento dei pazienti risulta vivo a cinque dalla scoperta della malattia, ma uno studio di fase III con Nab paclitaxel in associazione a gemcitabina ha evidenziato risultati clinici significativi, con un aumento del 59 per cento nella sopravvivenza a un anno e un tasso raddoppiato a due anni». In questa formulazione vengono sfruttate le potenzialità dell’albumina, una proteina che funziona come un veicolo naturale in grado di trasportare più rapidamente il farmaco attraverso i vasi sanguigni. In queste dimensioni infatti il medicinale è 100 volte più piccolo rispetto a un globulo rosso. L’albumina si lega poi a una proteina, SPARC, presente nelle cellule neoplastiche del pancreas consentendo a maggiori quantità di principio attivo di penetrare nel tumore. In questo modo è possibile ottenere livelli di paclitaxel libero nell’organismo 10 volte superiori rispetto a quelli rilasciati dalla formulazione tradizionale e raggiungere concentrazioni più alte del 33 per cento all’interno delle cellule tumorali. Senza provocare reazioni allergiche perché non vengono utilizzati solventi chimici.
FONTE:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/13_aprile_02/nanodroni-tumore-pancreas_61a1fb10-96c6-11e2-b7d6-c608a71e3eb8.shtml
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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giovedì 4 aprile 2013
mercoledì 23 febbraio 2011
pancreatite cronica: PANCREAS MALATO, OCCHIO ANCHE ALLE SIGARETTE
L'alcol non e' la sola causa della pancreatite cronica. Anche le ''bionde'' possono giocare brutti scherzi. Lo sostiene uno studio dell'Indiana University negli Usa che evidenziando il calo drastico - anche del 90% - dei casi di pancreatite correlati all'alcol, punta il dito contro il vizio del fumo. Tra i forti fumatori - colore che consumano piu' di uno o due pacchetti al giorno - c'e' una statistica piu' alta di infiammazioni croniche a carico dell'organo che produce insulina. Per questo, il consiglio dei ricercatori e' quello di ''integrare programmi di disintossicazione dal tabagismo nel trattamento dei pazienti con pancreatite cronica'', senza tralasciare, ovviamente, la causa piu' ricorrente che e' appunto l'alcolismo.
martedì 13 ottobre 2009
DIABETE: DIABETE TIPO 1, DALLA PELLE UMANA STAMINALI PER NUOVA CURA
Ricercatori dell'Harvard Stem Cell Institute di Boston (Usa) sono riusciti per la prima volta a creare cellule capaci di produrre insulina a partire da staminali prelevate dalla pelle di pazienti affetti da diabete di tipo 1.Lo studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, ha utilizzato cellule somatiche di due pazienti diabetici riconvertite in staminali pluripotenti. A partire da questo stadio i genetisti guidati da Douglas Melton, direttore dell'Istituto americano, hanno ''coltivato'' in vitro cellule beta, le cellule del pancreas incaricate di produrre insulina. Nel diabete di tipo 1 la scorretta produzione cellulare di insulina impedisce il controllo dei livelli di glucosio nel sangue, causa di concentrazioni di zucchero dannose per i reni e il cuore. Il passaggio successivo sara' la sperimentazione sull'uomo.
''Abbiamo molteplici modelli clinici di studio per il diabete di tipo 1 - spiega Melton - ma ora per la prima volta abbiamo la possibilita' di capire come gli essere umani sviluppano la malattia''.
''Abbiamo molteplici modelli clinici di studio per il diabete di tipo 1 - spiega Melton - ma ora per la prima volta abbiamo la possibilita' di capire come gli essere umani sviluppano la malattia''.
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