Farmaci efficaci e selettivi, perché colpiscono solo le cellule malate Progressi nella cura del cancro al pancreas
Sfruttare le tecnologie più moderne per arrivare a un livello infinitamente piccolo, proprio quello delle cellule che compongono l’organismo umano. L’obiettivo è trovare il modo per «recapitare» i farmaci proprio dentro alle cellule malate oppure creare micro-strumenti diagnostici che siano in grado di vedere e capire se c’è una patologia e di cosa si tratta. Si è tornati a parlare di nanotecnologie nei giorni scorsi a Roma, durante un convegno patrocinato da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e SIFO (Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie), che ha fatto il punto su alcuni nanofarmaci già disponibili.
COME NELLA FANTASCIENZA - «Un nanometro – spiega Mauro Ferrari, presidente del Methodist Hospital Research Institute di Houston, considerato il padre della nanomedicina - equivale a un miliardesimo di metro. In queste dimensioni le proprietà fisiche della materia e il modo in cui si esprimono le leggi della natura cambiano. Le nanotech modificano radicalmente i principi della lotta al cancro perché aprono nuovi orizzonti nella personalizzazione della terapia. E lo stesso può essere valido per la diagnosi radiologica: uno degli obiettivi è infatti sviluppare traccianti radioattivi legati ad altre sostanze che mirino a punti specifici del tumore. In questo modo sarà possibile disporre di una definizione diagnostica decisamente migliore di quella offerta dai normali mezzi di contrasto». Oggi è così possibile superare le «barriere» che il cancro costruisce, finora impermeabili ai farmaci chemioterapici tradizionali. In pratica, una particella di circa 100 nanometri è in grado entrare nella cellula (che ha un diametro compreso fra i 10mila ai 20mila nanometri) e di interagire con il Dna e con le proteine. Le nanoparticelle funzionano un po’ come i droni di certi film di fantascienza, quei robot con limitate capacità decisionali e che possono anche essere comandati a distanza: sono in grado di attraversare la massa densa che circonda il tumore e di trasportare il medicinale in maniera selettiva nelle cellule malate, in concentrazioni maggiori e senza danneggiare i tessuti sani.
UN NUOVO FARMACO PER IL TUMORE AL PANCREAS - Uno di questi farmaci, il Nab paclitaxel (paclitaxel legato all’albumina in nanoparticelle), è già utilizzato con successo nel tumore del seno e ora ha mostrato risultati positivi nel pancreas. «La nanomedicina rappresenta una vera e propria rivoluzione per l’oncologia e apre la strada alla chemioterapia target, la nuova frontiera per sconfiggere il cancro – dice Stefano Cascinu, presidente Aiom -. Oggi, per la prima volta, siamo di fronte a un sensibile passo in avanti nel trattamento del tumore del pancreas, una delle neoplasie a prognosi più infausta di cui si registrano 11.500 nuove diagnosi ogni anno in Italia. Purtroppo, poco più del cinque per cento dei pazienti risulta vivo a cinque dalla scoperta della malattia, ma uno studio di fase III con Nab paclitaxel in associazione a gemcitabina ha evidenziato risultati clinici significativi, con un aumento del 59 per cento nella sopravvivenza a un anno e un tasso raddoppiato a due anni». In questa formulazione vengono sfruttate le potenzialità dell’albumina, una proteina che funziona come un veicolo naturale in grado di trasportare più rapidamente il farmaco attraverso i vasi sanguigni. In queste dimensioni infatti il medicinale è 100 volte più piccolo rispetto a un globulo rosso. L’albumina si lega poi a una proteina, SPARC, presente nelle cellule neoplastiche del pancreas consentendo a maggiori quantità di principio attivo di penetrare nel tumore. In questo modo è possibile ottenere livelli di paclitaxel libero nell’organismo 10 volte superiori rispetto a quelli rilasciati dalla formulazione tradizionale e raggiungere concentrazioni più alte del 33 per cento all’interno delle cellule tumorali. Senza provocare reazioni allergiche perché non vengono utilizzati solventi chimici.
FONTE:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/13_aprile_02/nanodroni-tumore-pancreas_61a1fb10-96c6-11e2-b7d6-c608a71e3eb8.shtml
NO AL NUCLEARE ESISTONO LE FONTI RINNOVABILI. AMBIENTE,NATURA,DIFESA DEL PIANETA. SALUTE
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giovedì 4 aprile 2013
lunedì 1 aprile 2013
CancerLinQ : Un super portale per curare il cancro
Banca dati con milioni di casi: un tesoro in Rete per tutti i medici Già raccolti 100.000 casi di tumori al seno da 27 équipe diverse
Una grande banca dati per raccogliere i casi di centinaia di migliaia di malati di cancro. I risultati delle cure attuate, sia consuete sia innovative. I dati di sopravvivenza, guarigioni, stabilizzazioni o fallimenti. Tutte informazioni utili agli oncologi di ogni parte del mondo, uniti in Rete, come se lavorassero tutti nello stesso centro. E che saranno note in tempo reale, e non dopo mesi o al momento del periodico congresso scientifico.
L'ambizioso progetto è dell' American society of clinical oncology (Asco), la società scientifica dell'oncologia americana. E non solo. Una banca dati consultabile soltanto dai medici, ma con un portale aperto ai pazienti (come se partecipassero a uno studio clinico globale), alle loro domande e alle loro storie di cura. Per i medici sito interattivo: da riempire di informazioni, da consultare, da condividere per confrontare successi o insuccessi e nuove cure. Solo negli Stati Uniti? Per ora. Ma la banca dati Asco potrebbe in breve divenire internazionale.
I dettagli del «Big data for cancer treatment» sono stati presentati mercoledì scorso dalla direzione dell'Asco e dal presidente Sandra Swain, senologa al Medstar Washington hospital center di Washington. L'obiettivo è sfruttare la potenza della Rete per migliorare ricerca e assistenza ai malati. E i dati clinici raccolti in importanti studi possono realmente essere acceleratore della qualità delle cure e dello sviluppo di nuovi farmaci.
Il progetto Asco si chiama CancerLinQ . Raccoglierà gli stessi dati che ogni singolo medico raccoglie di routine nella cartella clinica del suo paziente: età, sesso, farmaci per altre malattie, diagnosi, trattamento e percorso fino al controllo della malattia, semplici miglioramenti, comparsa di metastasi, stabilizzazione, guarigione o, eventualmente, la data del decesso. Ogni anno sono circa 1,6 milioni gli americani a cui viene diagnosticato un cancro, ma in più del 95% dei casi i dettagli dei loro trattamenti restano segreti, «bloccati» in cartelle cliniche, in cassetti di file o in sistemi elettronici non collegati tra loro. A parte la privacy, si paga l'eterogeneità dei sistemi di archiviazione adottati da ospedale a ospedale, da regione a regione, da Stato a Stato. Troppo costoso uniformare il tutto, molto meno creare ex novo una grande banca dati.
Dice Allen Lichter, del direttivo Asco: «C'è un tesoro di informazioni all'interno di tanti cassetti che non comunicano tra loro, noi vogliamo farli comunicare». Il primo passo, il più impegnativo, è stato quello di sviluppare un software in grado di acquisire informazioni cliniche da quasi tutti i record elettronici. Mercoledì l'Asco ha annunciato che il primo passo è stato fatto. Il prototipo funziona: ha raccolto, senza problemi, circa 100.000 record di tumori al seno da 27 gruppi di oncologia che usano supporti elettronici diversi. Armonizzazione riuscita. In parallelo si studia come superare ostacoli quali la privacy e i dati sensibili dei pazienti. Ottimista Sandra Swain: tra 12-18 mesi CancerLinQ sarà operativo. A livello governativo già si pensa a una banca dati simile per la cardiologia. Per i consiglieri di Obama è questa la via giusta per migliorare la sanità e per generare conoscenze utili al trattamento di molte malattie. Si pensi a un diabetico, cardiopatico e malato di cancro di uno sperduto paesino americano. Il suo medico può «disegnare» ad hoc una cura lavorando virtualmente in équipe con colleghi di centri d'avanguardia. Il tutto senza spostarsi dal paesino. Così come di fronte a una forma rara di cancro, una di quelle che un medico nella sua vita può incrociare una-due volte o mai. Con la banca dati è come se avesse già curato centinaia di pazienti con la stessa forma. Di più: attualmente meno del 5% dei malati di tumore partecipa a studi clinici randomizzati, il gold standard delle cure. Con CancerLinQ a tutti sarà dato modo di sapere come funzionano questi studi e se si hanno le caratteristiche giuste per parteciparvi.
«L'idea di mettere a disposizione dell'intera comunità scientifica informazioni rilevanti della propria casistica è rivoluzionaria. È l'apertura alla condivisione di esperienze cliniche irraggiungibili per qualsiasi centro da solo», commenta Paolo Giorgi Rossi, segretario nazionale del Gruppo italiano per lo screening del cervicocarcinoma (Gisci).
In generale, la vera sfida è unire idee e conoscenze. In una mega équipe globale.
fonte: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/13_marzo_29/un-super-portale-per-curare-il-cancro-mario-pappagallo_89d05290-9832-11e2-948e-f420e2a76e37.shtml
Una grande banca dati per raccogliere i casi di centinaia di migliaia di malati di cancro. I risultati delle cure attuate, sia consuete sia innovative. I dati di sopravvivenza, guarigioni, stabilizzazioni o fallimenti. Tutte informazioni utili agli oncologi di ogni parte del mondo, uniti in Rete, come se lavorassero tutti nello stesso centro. E che saranno note in tempo reale, e non dopo mesi o al momento del periodico congresso scientifico.
L'ambizioso progetto è dell' American society of clinical oncology (Asco), la società scientifica dell'oncologia americana. E non solo. Una banca dati consultabile soltanto dai medici, ma con un portale aperto ai pazienti (come se partecipassero a uno studio clinico globale), alle loro domande e alle loro storie di cura. Per i medici sito interattivo: da riempire di informazioni, da consultare, da condividere per confrontare successi o insuccessi e nuove cure. Solo negli Stati Uniti? Per ora. Ma la banca dati Asco potrebbe in breve divenire internazionale.
I dettagli del «Big data for cancer treatment» sono stati presentati mercoledì scorso dalla direzione dell'Asco e dal presidente Sandra Swain, senologa al Medstar Washington hospital center di Washington. L'obiettivo è sfruttare la potenza della Rete per migliorare ricerca e assistenza ai malati. E i dati clinici raccolti in importanti studi possono realmente essere acceleratore della qualità delle cure e dello sviluppo di nuovi farmaci.
Il progetto Asco si chiama CancerLinQ . Raccoglierà gli stessi dati che ogni singolo medico raccoglie di routine nella cartella clinica del suo paziente: età, sesso, farmaci per altre malattie, diagnosi, trattamento e percorso fino al controllo della malattia, semplici miglioramenti, comparsa di metastasi, stabilizzazione, guarigione o, eventualmente, la data del decesso. Ogni anno sono circa 1,6 milioni gli americani a cui viene diagnosticato un cancro, ma in più del 95% dei casi i dettagli dei loro trattamenti restano segreti, «bloccati» in cartelle cliniche, in cassetti di file o in sistemi elettronici non collegati tra loro. A parte la privacy, si paga l'eterogeneità dei sistemi di archiviazione adottati da ospedale a ospedale, da regione a regione, da Stato a Stato. Troppo costoso uniformare il tutto, molto meno creare ex novo una grande banca dati.
Dice Allen Lichter, del direttivo Asco: «C'è un tesoro di informazioni all'interno di tanti cassetti che non comunicano tra loro, noi vogliamo farli comunicare». Il primo passo, il più impegnativo, è stato quello di sviluppare un software in grado di acquisire informazioni cliniche da quasi tutti i record elettronici. Mercoledì l'Asco ha annunciato che il primo passo è stato fatto. Il prototipo funziona: ha raccolto, senza problemi, circa 100.000 record di tumori al seno da 27 gruppi di oncologia che usano supporti elettronici diversi. Armonizzazione riuscita. In parallelo si studia come superare ostacoli quali la privacy e i dati sensibili dei pazienti. Ottimista Sandra Swain: tra 12-18 mesi CancerLinQ sarà operativo. A livello governativo già si pensa a una banca dati simile per la cardiologia. Per i consiglieri di Obama è questa la via giusta per migliorare la sanità e per generare conoscenze utili al trattamento di molte malattie. Si pensi a un diabetico, cardiopatico e malato di cancro di uno sperduto paesino americano. Il suo medico può «disegnare» ad hoc una cura lavorando virtualmente in équipe con colleghi di centri d'avanguardia. Il tutto senza spostarsi dal paesino. Così come di fronte a una forma rara di cancro, una di quelle che un medico nella sua vita può incrociare una-due volte o mai. Con la banca dati è come se avesse già curato centinaia di pazienti con la stessa forma. Di più: attualmente meno del 5% dei malati di tumore partecipa a studi clinici randomizzati, il gold standard delle cure. Con CancerLinQ a tutti sarà dato modo di sapere come funzionano questi studi e se si hanno le caratteristiche giuste per parteciparvi.
«L'idea di mettere a disposizione dell'intera comunità scientifica informazioni rilevanti della propria casistica è rivoluzionaria. È l'apertura alla condivisione di esperienze cliniche irraggiungibili per qualsiasi centro da solo», commenta Paolo Giorgi Rossi, segretario nazionale del Gruppo italiano per lo screening del cervicocarcinoma (Gisci).
In generale, la vera sfida è unire idee e conoscenze. In una mega équipe globale.
fonte: http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/13_marzo_29/un-super-portale-per-curare-il-cancro-mario-pappagallo_89d05290-9832-11e2-948e-f420e2a76e37.shtml
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mercoledì 27 marzo 2013
MALTOLO : Con cicoria, cocco e caffè si uccidere il tumore
Importante passo in avanti nella lotta contro il cancro. Una ricerca di stampo italiano ha approfondito le capacità e le proprietà eccezionali del maltolo, in ottica anti-tumorale. Il maltolo è una sostanza contenuta in cibi come la cicoria, il caffè e il cocco (oltre che il malto).La ricerca ha evidenziato le importanti potenzialità anti-tumorali della sostanza, a patto che la stessa venga opportunamente modificata in laboratorio. Il maltolo possiede tale funzione a detta dei ricercatori, in quanto favorisce la costruzione di classi di molecole che inducono praticamente al "suicidio" le cellule malate. Due molecole rappresentative di questa classe di composti sono state sintetizzate e caratterizzate nella loro capacità di indurre alterazioni della cromatina e, quindi, di condurre le cellule a rispondere in termini biologici.
La ricerca conferma per l'ennesima volta l'incredibile potenzialità delle tante sostanze presenti in natura nella cura di malattie ben diffuse come il cancro. Il difficile sta poi nel realizzare farmaci specifici ed efficienti a partire da scoperte del genere. Speriamo, dunque, in ulteriori concreti sviluppi futuri.
Due studiosi di Urbino hanno individuato nel “maltolo”, una sostanza naturale contenuta nel malto, nella cicoria, nel cocco, nel caffè e in moltissimi altri prodotti naturali, la possibilità di utilizzarlo per lo sviluppo di una nuova classe di molecole con attività antitumorale, in grado di spingere le cellule tumorali a “suicidarsi”. La scoperta, pubblicata sul British Journal of Cancer, ha ottenuto il brevetto nazionale, in attesa di quello internazionale.
Il maltolo è una molecola utilizzata talvolta come additivo alimentare per il suo aroma e le sue proprietà antiossidanti. Se opportunamente modificata può dare origine a nuove molecole con interessanti proprietà biologiche. Il team guidato da Vieri Fusi, che dirige il Laboratorio di Chimica Supramolecolare dell'Università di Urbino, in collaborazione con Mirco Fanelli del Laboratorio di Patologia Molecolare “PaoLa”, ha scoperto che le molecole contenute nel maltolo, malten e maltonis, sono in grado di “penetrare” all'interno delle cellule in modo da indurre delle alterazioni. La risposta dei geni per eliminare tali alterazioni è quella di spingerle all'apoptosi, la morte cellulare programmata, una sorta di “suicidio” biologico.
“Tale meccanismo di azione, ad oggi mai osservato in molecole ad azione antineoplastica, è alla base per un potenziale sviluppo di molecole – spiega Fanelli - che possano sfruttare strategie alternative con cui bersagliare le cellule tumorali”. Gli studi sono passati adesso ad una fase sperimentale e in attesa di nuovi approfondimenti, spiega Fusi, “questi composti sembrano essere tollerati in vivo, cosa non scontata e hanno dimostrato interessanti proprietà biologiche inducendo una sensibile riduzione della massa tumorale”.
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Cellule tumorali che muoiono a suon di molecole contenute nel cocco, nella cicoria e nel malto. Eppure alcune classi del ’33, la vecchia guardia di nonni e zii in pensione, usa la cicoria, o meglio, il decotto di cicoria, per alleviare la pesantezza al fegato. Qualcosa si muove nel settore della ricerca. Un passo avanti che dobbiamo custodire gelosamente in questa Italia, provata da vicende politiche ingarbugliate che forse allontanano l’attenzione da temi altrettanto importanti. La salute, il custodire la vita dell’essere umano, in tutte le sue varianti, positive e non. Strategie terapeutiche scoperte dal Dr. Mirco Fanelli, e il Prof. Vieri Fusi. Università degli Studi di Urbino, nata nel 1506: qui è avvenuta la scoperta. In una delle Università più antiche d’Europa. Con determinazione e voglia di andare avanti i due ricercatori si sono ritrovati nel sentiero che porta ad una speranza, per tanti che ogni giorno combattono contro il cancro.
La molecola “incriminata” nell’uccisione delle cellule tumorali è il “maltolo”. Tale molecola, spiegano gli esperti ricercatori, è una sostanza innocua ma che, opportunamente modificata ha proprietà biologiche importanti, dando vita a molecole che possono aggredire le cellule tumorali. Modelli neoplastici sono molto sensibili al maltolto. Morte cellulare programmata. Dunque, grandi speranze per il futuro. Il nostro genoma a qualcosa serve allora. Il verbo greco “divenire”, dalla fusione delle parole “gene” e “cromosoma”, inizia ad avere un senso per noi esseri umani.
Da Urbino a Bologna, scorre un’autostrada di speranza, a suon di “potenziale”, caratteristica sfruttata per generare onde meccaniche sopra il campo dell’udibilità. Parliamo di “ultrasuoni”, le cui macchine generatrici potranno “aggredire” i tumori alle ossa. Questa la notizia che proviene dall’Istituto Ortopedico Rizzoli, che ricordiamo si occupa al tempo stesso di cura e di ricerca. Il trasferimento dei dati della ricerca scientifica alla pratica clinica è il biglietto da visita di alta professionalità dell’Istituto Ortopedico Rizzoli che propone tecnologie all’avanguardia e in continua evoluzione. Non ultima “La chirurgia con ultrasuoni focalizzati” (Focused ultrasound surgery – FUS). I tumori alle ossa potranno essere curati da questa nuova tecnologia. Tumori primitivi dello scheletro e metastasi di altre neoplasie hanno vita breve, ma la ricerca deve andare avanti, con forza e determinazione. Milioni di euro investiti nella nuova struttura dell’Istituto Ortopedico Rizzoli, ridona speranza: tremila metri quadrati di costruzione (e altrettanti quattromila metri quadrati ristrutturati) ci danno un ulteriore “carica di potenziale” rispetto ad un futuro migliore, nell’ambito delle cure sanitarie, in tal caso ortopedico. Una macchina ad ultrasuoni, prima in Italia, a garanzia dell’applicazione di nuove terapie è sicuramente un grande passo avanti. “La più antica testimonianza scritta che riguarda il cancro è datata intorno al 3000 a.C. e si trova sul più antico trattato di medicina giunto fino a noi, il Papiro di Edwin Smith” non dobbiamo fare passare altro tempo, ogni momento della vita è prezioso.
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leucemia linfoblastica acuta: Un nuovo farmaco sperimentale blocca la leucemia
Costruito con cellule del paziente, tiene sotto controllo la malattia negli adulti. La cura ancora sperimentale
Si chiama leucemia linfoblastica acuta, è una forma di leucemia fra le più cattive, ma adesso ha trovato un nemico: un «farmaco vivente» costruito con cellule del paziente stesso che, per la prima volta, si è rivelato capace di tenere sotto controllo la malattia nelle persone adulte. La cura è stata sperimentata al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York su cinque malati e tre di questi hanno presentato una remissione del tumore, cioè la scomparsa dei segni della malattia.
Ecco come si procede: si prelevano dal sangue del paziente un certo numero di linfociti T, particolari globuli bianchi che normalmente aggrediscono agenti estranei all'organismo, come virus o tumori. Nel dna di questi linfociti viene poi inserito, con un trapianto genico, un gene che produce una specie di sensore (recettore) in grado di riconoscere cellule tumorali (in particolare una loro proteina chiamata CD19). I linfociti modificati vengono poi reinfusi nel paziente e vanno a intercettare le cellule maligne, distruggendole. La terapia genica è già stata sperimentata con successo in Pennsylvania, in una bambina di sette anni con lo stesso tipo di leucemia acuta e anche in persone più grandi con forme croniche resistenti alla chemioterapia, ma mai su adulti con leucemia linfoblastica acuta. Quest'ultima ha una prognosi peggiore negli adulti, con un tasso di guarigione del 40 per cento contro l'80-90 nei bambini. E quando si ha una ricaduta, dopo la chemioterapia, le probabilità di sopravvivenza sono molto limitate.
Non è stato così, invece, per il paziente 5 dello studio, David Aponte, un tecnico del suono della rete Abc News: nel 2011 i medici gli diagnosticano una leucemia, ma prima della chemioterapia gli prelevano i linfociti T e li congelano. All'inizio i farmaci funzionano, poi ha una ricaduta. Entra nella sperimentazione e riceve le sue cellule modificate geneticamente. Durante il trattamento sta molto male: la febbre supera i 40 gradi, la pressione del sangue cade e il battito cardiaco accelera; la battaglia fra cellule cancerose e linfociti T determina, infatti, la liberazione di citochine, ormoni che provocano questi sintomi. Aponte viene ricoverato in terapia intensiva per una settimana, ma alla fine si riprende e il tumore sparisce.
La cura è ancora sperimentale ed è molto complessa; occorreranno altre verifiche e passerà del tempo prima che possa diventare routine, ma gli esperti, compreso il principale autore dello studio, Renier Brentjens, sono ottimisti e sono convinti che possa essere sfruttata anche per altri tipi di tumore.
http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/13_marzo_22/20130322NAZ31_16_e6013640-92cb-11e2-b43d-9018d8e76499.shtml
Si chiama leucemia linfoblastica acuta, è una forma di leucemia fra le più cattive, ma adesso ha trovato un nemico: un «farmaco vivente» costruito con cellule del paziente stesso che, per la prima volta, si è rivelato capace di tenere sotto controllo la malattia nelle persone adulte. La cura è stata sperimentata al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York su cinque malati e tre di questi hanno presentato una remissione del tumore, cioè la scomparsa dei segni della malattia.
Ecco come si procede: si prelevano dal sangue del paziente un certo numero di linfociti T, particolari globuli bianchi che normalmente aggrediscono agenti estranei all'organismo, come virus o tumori. Nel dna di questi linfociti viene poi inserito, con un trapianto genico, un gene che produce una specie di sensore (recettore) in grado di riconoscere cellule tumorali (in particolare una loro proteina chiamata CD19). I linfociti modificati vengono poi reinfusi nel paziente e vanno a intercettare le cellule maligne, distruggendole. La terapia genica è già stata sperimentata con successo in Pennsylvania, in una bambina di sette anni con lo stesso tipo di leucemia acuta e anche in persone più grandi con forme croniche resistenti alla chemioterapia, ma mai su adulti con leucemia linfoblastica acuta. Quest'ultima ha una prognosi peggiore negli adulti, con un tasso di guarigione del 40 per cento contro l'80-90 nei bambini. E quando si ha una ricaduta, dopo la chemioterapia, le probabilità di sopravvivenza sono molto limitate.
Non è stato così, invece, per il paziente 5 dello studio, David Aponte, un tecnico del suono della rete Abc News: nel 2011 i medici gli diagnosticano una leucemia, ma prima della chemioterapia gli prelevano i linfociti T e li congelano. All'inizio i farmaci funzionano, poi ha una ricaduta. Entra nella sperimentazione e riceve le sue cellule modificate geneticamente. Durante il trattamento sta molto male: la febbre supera i 40 gradi, la pressione del sangue cade e il battito cardiaco accelera; la battaglia fra cellule cancerose e linfociti T determina, infatti, la liberazione di citochine, ormoni che provocano questi sintomi. Aponte viene ricoverato in terapia intensiva per una settimana, ma alla fine si riprende e il tumore sparisce.
La cura è ancora sperimentale ed è molto complessa; occorreranno altre verifiche e passerà del tempo prima che possa diventare routine, ma gli esperti, compreso il principale autore dello studio, Renier Brentjens, sono ottimisti e sono convinti che possa essere sfruttata anche per altri tipi di tumore.
http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro/13_marzo_22/20130322NAZ31_16_e6013640-92cb-11e2-b43d-9018d8e76499.shtml
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martedì 20 dicembre 2011
TUMORI: VACCINO ANTI-ZUCCHERI RIDUCE DIMENSIONI CANCRO DELL'80%
Uccidere le cellule tumorali ''ingolosendo'' il sistema immunitario degli zuccheri che le decorano: e' questo il principio su cui si basa il vaccino messo a punto all'University of Georgia di Athens e alla Mayo Clinic di Scottsdale (Usa), la cui efficacia e' stata dimostrata da uno studio pubblicato da Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). Questo vaccino, spiegano i ricercatori, stimola una risposta immunitaria molto forte nei confronti degli zuccheri legati a MUC1, una proteina presente in quantita' maggiori del normale in piu' del 70% dei tumori mortali. Studi condotti sui topi hanno dimostrato che e' in grado di ridurre le dimensioni del tumore dell'80%. Il nuovo vaccino potra' essere utilizzato in futuro sia per il trattamento di pazienti ad alto rischio di cancro, sia in combinazione con altre terapie nei casi in cui non sia possibile un intervento chirurgico.
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sabato 30 aprile 2011
TUMORI: NANOTUBI CARBONIO CATTURA-CANCRO, TEST SCOVA CELLULE CIRCOLANTI
Un dispositivo a base di nanotubi regolabili in grado di esaminare il sangue e rilevare l'eventuale presenza di cellule cancerogene circolanti - scoprendo in anticipo il processo di metastatizzazione - e di virus: il dispositivo e' stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell'Harvard Medical School e del MIT di Boston guidati da Mehmet Toner e Brian Wardle.
Il dispositivo, si legge sulla rivista Small, nasce da una versione precedente di 4 anni fa realizzata dallo stesso Toner, ma a differenza di allora i nanotubi sono molto piu' porosi e lasciano al sangue la possibilita' di circolare piu' liberamente al loro interno. In questo modo lo strumento e' capace di ''intrappolare'' le cellule tumorali otto volte meglio della versione originale, e sembrerebbe essere in grado anche di rilevare particelle ''sospette'' molto piu' piccole delle cellule tumorali circolanti, come i virus, noti per essere di dimensioni molto ridotte (fino a 40 nanometri).
Il dispositivo, si legge sulla rivista Small, nasce da una versione precedente di 4 anni fa realizzata dallo stesso Toner, ma a differenza di allora i nanotubi sono molto piu' porosi e lasciano al sangue la possibilita' di circolare piu' liberamente al loro interno. In questo modo lo strumento e' capace di ''intrappolare'' le cellule tumorali otto volte meglio della versione originale, e sembrerebbe essere in grado anche di rilevare particelle ''sospette'' molto piu' piccole delle cellule tumorali circolanti, come i virus, noti per essere di dimensioni molto ridotte (fino a 40 nanometri).
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venerdì 22 aprile 2011
gene LRP1B : TROVATO GENE 'SPAZZINO', ELIMINA PROTEINE NOCIVE
Un unico gene che lavora a ''largo spettro'' su numerose proteine legate allo sviluppo del cancro. Lo hanno individuato i ricercatori dell'Universita' di Porto e dell'Istituto Portoghese di Oncologia. Si chiama LRP1B e non agisce sul tumore, ma sulle molecole che sono legate alla oncogenesi. Uno studio precedente su 3.312 pazienti con 26 tipi di cancro ha dimostrato che LRP1B e' uno dei 10 geni piu' di frequente assenti in caso di tumore, attirando l'attenzione dei ricercatori. Gli scienziati portoghesi hanno esaminato la correlazione con il cancro alla tiroide, scoprendo a bassi livelli di attivita' di LRP1B il cancro non solo e' piu' frequente ma e' piu' aggressivo. Lo studio e' pubblicato su Oncogene.
''Stiamo cercando di capire cosa avviene all'interno delle cellule - affermano i ricercatori -. Capire come richiamare le proteine con la stessa funzione di LRP1B potrebbe aiutarci a ripristinare le condizioni normali''.
''Stiamo cercando di capire cosa avviene all'interno delle cellule - affermano i ricercatori -. Capire come richiamare le proteine con la stessa funzione di LRP1B potrebbe aiutarci a ripristinare le condizioni normali''.
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giovedì 21 aprile 2011
TUMORI: E' MADE IN ITALY PRIMO MICROCHIP CHE ISOLA LE CELLULE NEL SANGUE
E' ''made in Italy'' il primo microchip che isola nel sangue le cellule tumorali e consente di prevedere l'evoluzione della malattia. I risultati delle prime sperimentazioni condotte su cellule tumorali presenti nel sangue, isolate e manipolate con una purezza del 100%, verranno infatti illustrati dal Laboratorio di Bioscienze dell'Irst - Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori - al Congresso dell'American Association of Cancer Research (Aacr), congresso mondiale che si occupa di ricerca preclinica sul cancro e si aprira' a Orlando (Usa) sabato 2 aprile.
L'elaborato scientifico presentato a Orlando e' il frutto di un'intensa attivita' di ricerca condotta dal Laboratorio di Bioscienze dell'Irst, che si e' dotato di una strumentazione molto innovativa in grado di supportare l'oncologo clinico nel definire le strategie terapeutiche piu' appropriate per ogni paziente, si tratta della piattaforma DepArray, al momento l'unico strumento automatizzato presente sul mercato in grado di isolare, identificare, manipolare e recuperare, con una purezza del 100%, cellule tumorali circolanti estremamente rare disperse in un fluido (ad es. sangue periferico o midollare). Le cellule d'interesse sono riconosciute da un sistema ottico basato su un microscopio a fluorescenza e possono essere visualizzate anche dall'operatore. Attraverso un sofisticato programma computerizzato, si formano, all'interno del chip, decine di migliaia di microscopiche gabbie ''immateriali'' di potenziale elettrico (gabbie di di-elettroforesi) ciascuna delle quali intrappola una singola cellula mantenendola in levitazione. Sempre attraverso il software di gestione, ciascuna di queste gabbie puo' essere spostata, col proprio contenuto, indipendentemente dalle altre ed indirizzata verso una sezione specifica del chip, destinata alla raccolta della cellula prescelta.
L'elaborato scientifico presentato a Orlando e' il frutto di un'intensa attivita' di ricerca condotta dal Laboratorio di Bioscienze dell'Irst, che si e' dotato di una strumentazione molto innovativa in grado di supportare l'oncologo clinico nel definire le strategie terapeutiche piu' appropriate per ogni paziente, si tratta della piattaforma DepArray, al momento l'unico strumento automatizzato presente sul mercato in grado di isolare, identificare, manipolare e recuperare, con una purezza del 100%, cellule tumorali circolanti estremamente rare disperse in un fluido (ad es. sangue periferico o midollare). Le cellule d'interesse sono riconosciute da un sistema ottico basato su un microscopio a fluorescenza e possono essere visualizzate anche dall'operatore. Attraverso un sofisticato programma computerizzato, si formano, all'interno del chip, decine di migliaia di microscopiche gabbie ''immateriali'' di potenziale elettrico (gabbie di di-elettroforesi) ciascuna delle quali intrappola una singola cellula mantenendola in levitazione. Sempre attraverso il software di gestione, ciascuna di queste gabbie puo' essere spostata, col proprio contenuto, indipendentemente dalle altre ed indirizzata verso una sezione specifica del chip, destinata alla raccolta della cellula prescelta.
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mercoledì 6 aprile 2011
Amianto : SVILUPPATO NUOVO TEST PRECOCE CANCRO DA AMIANTO
Ricercatori della New York University hanno realizzato un test precoce per il cancro al polmone provocato dall'amianto. L'esame permette di riconoscere le fasi iniziali della malattia identificando alcune proteine prodotte dalle cellule tumorali.
Grazie al test presentato durante il congresso annuale dell'American Association for Cancer Research i ricercatori hanno scovato 15 casi su 19 nei primi stadi di mesotelioma pleurico, il piu' frequente dei tumori maligni collegati all'esposizione a fibre di amianto. Buone notizie: il test e' sensibile all'80% dei casi e non da' falsi positivi. Un passo avanti per migliorare le cure nei confronti di uno dei tumori piu' subdoli che ogni anno provoca nel mondo dalle 15.000 alle 20.000 vittime.
Individuare un paziente in fase 1, ricorda uno degli autori della sperimentazione, Harvey Pass, consente di curare gli unici ''pazienti che sembrano trarre beneficio dalla terapie per mesotelioma'' e che sono solo il 10-15% dei pazienti totali.
Grazie al test presentato durante il congresso annuale dell'American Association for Cancer Research i ricercatori hanno scovato 15 casi su 19 nei primi stadi di mesotelioma pleurico, il piu' frequente dei tumori maligni collegati all'esposizione a fibre di amianto. Buone notizie: il test e' sensibile all'80% dei casi e non da' falsi positivi. Un passo avanti per migliorare le cure nei confronti di uno dei tumori piu' subdoli che ogni anno provoca nel mondo dalle 15.000 alle 20.000 vittime.
Individuare un paziente in fase 1, ricorda uno degli autori della sperimentazione, Harvey Pass, consente di curare gli unici ''pazienti che sembrano trarre beneficio dalla terapie per mesotelioma'' e che sono solo il 10-15% dei pazienti totali.
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lunedì 4 aprile 2011
neuroblastoma: UNA NUOVA TERAPIA CONTRO NEUROBLASTOMA NEI BAMBINI
Una nuova strategia terapeutica contro il neuroblastoma, uno tra i tumori pediatrici piu' aggressivi. E' quella messa a punto dai ricercatori dell'Universita' Cattolica - Policlinico A. Gemelli di Roma, come riferisce lo stesso ospedale in una nota. La terapia innovativa consiste nell'associare, sin dall'inizio del trattamento del tumore, la radioterapia, utilizzando il composto 131-I-metaiodobenzilguanidina, alla chemioterapia classica gia' in uso contro il neuroblastoma.
La terapia e' stata testata con successo in uno studio pilota i cui risultati sono stati pubblicati on-line su ''Pediatric Blood and Cancer'', una prestigiosa rivista scientifica organo ufficiale della Siop (Societa' Internazionale Oncologia Pediatrica). Lo studio e' stato condotto dal dottor Stefano Mastrangelo, ricercatore dell'Unita' Operativa di Oncologia Pediatrica del Gemelli diretta dal professor Riccardo Riccardi, in collaborazione con l'Istituto di Medicina Nucleare della Cattolica di Roma.
I tumori maligni, tra i bambini, sono meno frequenti che fra gli adulti (i tumori pediatrici colpiscono 150 bambini per milione); tuttavia, dopo il primo anno di vita essi rappresentano la prima causa di morte in eta' pediatrica se si escludono gli infortuni, come ad esempio gli incidenti stradali. Nel corso degli anni sono stati fatti notevoli passi avanti in oncologia pediatrica e numerosi sono i casi di una definitiva guarigione. Purtroppo nel caso del neuroblastoma, uno dei tumori maligni pediatrici piu' frequenti, la prognosi e' ancora infausta. Il tumore si manifesta piu' spesso in forma metastatica gia' all'esordio e, nonostante l'impiego di protocolli terapeutici sempre piu' aggressivi, nessun progresso significativo e' stato compiuto ormai da molti anni e la percentuale di guarigione e' tuttora inferiore al 30%.
La terapia e' stata testata con successo in uno studio pilota i cui risultati sono stati pubblicati on-line su ''Pediatric Blood and Cancer'', una prestigiosa rivista scientifica organo ufficiale della Siop (Societa' Internazionale Oncologia Pediatrica). Lo studio e' stato condotto dal dottor Stefano Mastrangelo, ricercatore dell'Unita' Operativa di Oncologia Pediatrica del Gemelli diretta dal professor Riccardo Riccardi, in collaborazione con l'Istituto di Medicina Nucleare della Cattolica di Roma.
I tumori maligni, tra i bambini, sono meno frequenti che fra gli adulti (i tumori pediatrici colpiscono 150 bambini per milione); tuttavia, dopo il primo anno di vita essi rappresentano la prima causa di morte in eta' pediatrica se si escludono gli infortuni, come ad esempio gli incidenti stradali. Nel corso degli anni sono stati fatti notevoli passi avanti in oncologia pediatrica e numerosi sono i casi di una definitiva guarigione. Purtroppo nel caso del neuroblastoma, uno dei tumori maligni pediatrici piu' frequenti, la prognosi e' ancora infausta. Il tumore si manifesta piu' spesso in forma metastatica gia' all'esordio e, nonostante l'impiego di protocolli terapeutici sempre piu' aggressivi, nessun progresso significativo e' stato compiuto ormai da molti anni e la percentuale di guarigione e' tuttora inferiore al 30%.
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giovedì 24 febbraio 2011
TUMORI: ANTIOSSIDANTI TAGLIANO RIFORNIMENTI A CELLULE MALATE
Combattere lo stress cellulare con l'aiuto degli antiossidanti mette i bastoni tra le ruote al cancro. Un dato di fatto, ma adesso ci sono anche le prove.
Le hanno trovate gli scienziati della Thomas Jefferson University (Philadelphia, Usa) svelando il meccanismo con cui il tumore si auto-alimenta con le scorie prodotte dall'ossidazione delle cellule. Per la prima volta, i ricercatori ha scoperto che la perdita di una proteina controllata dal gene Cav1, detta caveolina-1, alimenta lo stress ossidativo dei mitocondri, le ''centrali energetiche'' delle cellule. Un processo che si traduce in un supplemento di ''carburante'' per diversi tipi di tumori, compresi quelli al polmone e al seno.
L'analisi presentata su Cancer Biology & Therapy da Michael Lisanti chiama in causa sostanze come il betacarotene, precursore della Vitamina A presente in grandi quantita' nelle carote, ma anche in albicocche, peperoni, pomodori e spinaci. ''Gli antiossidanti sono stati catalogati come elementi efficaci per la riduzione del cancro, ma mancava la prova dei meccanismi genetici'', commenta Lisanti.
''Questo studio fornisce la prova genetica che ridurre lo stress ossidativo nell'organismo diminuisce la crescita del tumore''.
Le hanno trovate gli scienziati della Thomas Jefferson University (Philadelphia, Usa) svelando il meccanismo con cui il tumore si auto-alimenta con le scorie prodotte dall'ossidazione delle cellule. Per la prima volta, i ricercatori ha scoperto che la perdita di una proteina controllata dal gene Cav1, detta caveolina-1, alimenta lo stress ossidativo dei mitocondri, le ''centrali energetiche'' delle cellule. Un processo che si traduce in un supplemento di ''carburante'' per diversi tipi di tumori, compresi quelli al polmone e al seno.
L'analisi presentata su Cancer Biology & Therapy da Michael Lisanti chiama in causa sostanze come il betacarotene, precursore della Vitamina A presente in grandi quantita' nelle carote, ma anche in albicocche, peperoni, pomodori e spinaci. ''Gli antiossidanti sono stati catalogati come elementi efficaci per la riduzione del cancro, ma mancava la prova dei meccanismi genetici'', commenta Lisanti.
''Questo studio fornisce la prova genetica che ridurre lo stress ossidativo nell'organismo diminuisce la crescita del tumore''.
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lunedì 13 dicembre 2010
tumore al colon: Proteggersi dal tumore al colon con l'aspirina. E con un nuovo test
Uno studio conferma: piccole dosi regolari di aspirinetta riducono il rischio di ammalarsi. Ma non è una soluzione valida per tutti, come lo screening per diagnosi precoce.
Un aumento valutato del 10 per cento e 270mila nuovi casi. Sono le stime per il 2010 presentate a Roma nei giorni scorsi dalla Lega italiana tumori. Fra i tipi di cancro sempre più diffusi c’è quello del colon retto, in crescita fra uomini e donne a causa soprattutto di alimentazione scorretta, sedentarietà, sovrappeso. Ma dai laboratori di ricerca arrivano due buone notizie. Primo, piccole dosi di aspirina (quelle usate comunemente per la prevenzione cardiovascolare) riducono il rischio di ammalarsi di carcinoma colonrettale. Secondo, i medici potrebbero avere presto a disposizione un nuovo test efficace per la diagnosi precoce della malattia.
PROTEZIONE DALL’ASPIRINA - Secondo uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Lancet da Peter Rothwell del John Radcliffe Hospital di Oxford, l’acido acetilsalicilico (più noto come aspirina) può ridurre di un quarto le probabilità di sviluppare un tumore al colon e di oltre un terzo la sua gravità, quindi il pericolo di morte per questa neoplasia. La ricerca ha coinvolto più di 14mila persone, tenute sotto osservazione per quasi 20 anni. I volontari sono stati suddivisi in gruppi, a seconda che prendessero o meno l’aspirinetta quotidiana per la prevenzione cardiovascolare (in particolare per evitare ictus e infarti). Nel corso dello studio a 391 partecipanti è stato diagnosticato un carcinoma colonrettale ed è emerso che chi assume l’aspirinetta regolarmente (in dosi da circa 75 milligrammi al giorno) per almeno sei anni ha un rischio ridotto del 24 per cento di ammalarsi e del 35 per cento di morire a causa del tumore. «Il farmaco però va assunto con cautela e solo dopo un’attenta valutazione del bilancio tra rischi e vantaggi - precisano i ricercatori britannici - perché, com’è noto, può provocare sanguinamenti gastrointestinali e ulcere». Insomma, non ci sarà una prescrizione di massa dell’acido acetilsalicilico, ma potrebbe venire consigliato a chi è considerato a elevato rischio di sviluppare la neoplasia.
NUOVO TEST IN ARRIVO - In Italia i tumori del colon rappresentano la seconda causa di morte per cancro. La sopravvivenza a cinque anni per questa patologia si aggira attorno al 65 per cento e sale fino al 90 per cento se la malattia viene rilevata a uno stadio iniziale. «Scoprire la neoplasia il più presto possibile è fondamentale per ridurre la mortalità, ma l’adesione agli screening disponibili per il carcinoma colonrettale è ancora troppo bassa» dicono dall’Istituto scientifico romagnolo Irst di Meldola (Forlì-Cesena), dove si sta studiando un innovativo test per la diagnosi precoce e non invasiva del tumore del colon-retto, il Fluorescente Long Dna (Fl-Dna). Uno strumento che analizza il Dna delle cellule di esfoliazione della mucosa del colon presenti nelle feci, che avviene in modo continuo, non è soggetto alle variazioni di risultato dipendenti dalla intermittenza del sanguinamento delle lesioni tumorali. E che quindi potrebbe scovare i segnali più precoci della malattia, riducendo inoltre i casi falsamente negativi. Il nuovo test molecolare che valuta la quantità e l’integrità del Dna fecale sarebbe più accurato del test del sangue occulto nelle feci - dicono dall’Irst - e avrebbe un valore predittivo particolarmente elevato.
«SCREENING FONDAMENTALI» - Ad oggi il test Sof, in grado di ridurre la mortalità del 13–33 per cento, rappresenta ancora la procedura non invasiva più comunemente utilizzata per scovare in anticipo un carcinoma del colon. Ma secondo i dati più aggiornati dell’Osservatorio nazionale screening nel 2008 risulta coperto dallo screening (tramite Sof, nella grande maggioranza di casi, o mediante rettosigmoidoscopia) solo circa il 51 per cento del territorio nazionale. «È importante che la partecipazione allo screening cresca - spiega Paolo Bianchi, direttore dell’Unità di chirurgia mini-invasiva all’Istituto europeo di oncologia di Milano - perché scoprire un carcinoma colonrettale agli inizi vuol dire avere maggiori probabilità di sopravvivere. E con una qualità di vita migliore, perché l’intervento d’asportazione può essere conservativo». La sensibilità del test del sangue occulto però lascia troppi spazi di indeterminatezza nell’individuazione di un carcinoma, soprattutto delle forme più precoci, per le quali si ricorre quindi di frequente a indagini diagnostiche invasive come la colonscopia. «Gli attuali programmi di screening hanno certamente alcune criticità - conclude Bianchi -: bisognerebbe aumentare l’adesione della popolazione e migliorare la sensibilità del test, cioè ridurre i cosiddetti falsi negativi (persona malata giudicata sana, ndr). I test che valutano il Dna delle cellule tumorali esfoliate e presenti nelle feci sono promettenti, in quanto hanno un’alta sensibilità nel riconoscimento dei soggetti malati e potrebbero superare il problema dei falsi negativi presenti nel Sof. Bisognerà valutare attentamente i costi del test prima di poterlo introdurre come screening sulla popolazione».
fonte:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro10_ottobre_26/tumore-colon-aspirina-screening-martinella_8b838108-e0fa-11df-b5a9-00144f02aabc.shtml
Un aumento valutato del 10 per cento e 270mila nuovi casi. Sono le stime per il 2010 presentate a Roma nei giorni scorsi dalla Lega italiana tumori. Fra i tipi di cancro sempre più diffusi c’è quello del colon retto, in crescita fra uomini e donne a causa soprattutto di alimentazione scorretta, sedentarietà, sovrappeso. Ma dai laboratori di ricerca arrivano due buone notizie. Primo, piccole dosi di aspirina (quelle usate comunemente per la prevenzione cardiovascolare) riducono il rischio di ammalarsi di carcinoma colonrettale. Secondo, i medici potrebbero avere presto a disposizione un nuovo test efficace per la diagnosi precoce della malattia.
PROTEZIONE DALL’ASPIRINA - Secondo uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista Lancet da Peter Rothwell del John Radcliffe Hospital di Oxford, l’acido acetilsalicilico (più noto come aspirina) può ridurre di un quarto le probabilità di sviluppare un tumore al colon e di oltre un terzo la sua gravità, quindi il pericolo di morte per questa neoplasia. La ricerca ha coinvolto più di 14mila persone, tenute sotto osservazione per quasi 20 anni. I volontari sono stati suddivisi in gruppi, a seconda che prendessero o meno l’aspirinetta quotidiana per la prevenzione cardiovascolare (in particolare per evitare ictus e infarti). Nel corso dello studio a 391 partecipanti è stato diagnosticato un carcinoma colonrettale ed è emerso che chi assume l’aspirinetta regolarmente (in dosi da circa 75 milligrammi al giorno) per almeno sei anni ha un rischio ridotto del 24 per cento di ammalarsi e del 35 per cento di morire a causa del tumore. «Il farmaco però va assunto con cautela e solo dopo un’attenta valutazione del bilancio tra rischi e vantaggi - precisano i ricercatori britannici - perché, com’è noto, può provocare sanguinamenti gastrointestinali e ulcere». Insomma, non ci sarà una prescrizione di massa dell’acido acetilsalicilico, ma potrebbe venire consigliato a chi è considerato a elevato rischio di sviluppare la neoplasia.
NUOVO TEST IN ARRIVO - In Italia i tumori del colon rappresentano la seconda causa di morte per cancro. La sopravvivenza a cinque anni per questa patologia si aggira attorno al 65 per cento e sale fino al 90 per cento se la malattia viene rilevata a uno stadio iniziale. «Scoprire la neoplasia il più presto possibile è fondamentale per ridurre la mortalità, ma l’adesione agli screening disponibili per il carcinoma colonrettale è ancora troppo bassa» dicono dall’Istituto scientifico romagnolo Irst di Meldola (Forlì-Cesena), dove si sta studiando un innovativo test per la diagnosi precoce e non invasiva del tumore del colon-retto, il Fluorescente Long Dna (Fl-Dna). Uno strumento che analizza il Dna delle cellule di esfoliazione della mucosa del colon presenti nelle feci, che avviene in modo continuo, non è soggetto alle variazioni di risultato dipendenti dalla intermittenza del sanguinamento delle lesioni tumorali. E che quindi potrebbe scovare i segnali più precoci della malattia, riducendo inoltre i casi falsamente negativi. Il nuovo test molecolare che valuta la quantità e l’integrità del Dna fecale sarebbe più accurato del test del sangue occulto nelle feci - dicono dall’Irst - e avrebbe un valore predittivo particolarmente elevato.
«SCREENING FONDAMENTALI» - Ad oggi il test Sof, in grado di ridurre la mortalità del 13–33 per cento, rappresenta ancora la procedura non invasiva più comunemente utilizzata per scovare in anticipo un carcinoma del colon. Ma secondo i dati più aggiornati dell’Osservatorio nazionale screening nel 2008 risulta coperto dallo screening (tramite Sof, nella grande maggioranza di casi, o mediante rettosigmoidoscopia) solo circa il 51 per cento del territorio nazionale. «È importante che la partecipazione allo screening cresca - spiega Paolo Bianchi, direttore dell’Unità di chirurgia mini-invasiva all’Istituto europeo di oncologia di Milano - perché scoprire un carcinoma colonrettale agli inizi vuol dire avere maggiori probabilità di sopravvivere. E con una qualità di vita migliore, perché l’intervento d’asportazione può essere conservativo». La sensibilità del test del sangue occulto però lascia troppi spazi di indeterminatezza nell’individuazione di un carcinoma, soprattutto delle forme più precoci, per le quali si ricorre quindi di frequente a indagini diagnostiche invasive come la colonscopia. «Gli attuali programmi di screening hanno certamente alcune criticità - conclude Bianchi -: bisognerebbe aumentare l’adesione della popolazione e migliorare la sensibilità del test, cioè ridurre i cosiddetti falsi negativi (persona malata giudicata sana, ndr). I test che valutano il Dna delle cellule tumorali esfoliate e presenti nelle feci sono promettenti, in quanto hanno un’alta sensibilità nel riconoscimento dei soggetti malati e potrebbero superare il problema dei falsi negativi presenti nel Sof. Bisognerà valutare attentamente i costi del test prima di poterlo introdurre come screening sulla popolazione».
fonte:http://www.corriere.it/salute/sportello_cancro10_ottobre_26/tumore-colon-aspirina-screening-martinella_8b838108-e0fa-11df-b5a9-00144f02aabc.shtml
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venerdì 19 novembre 2010
Escozul : Tumori, quella tossina di scorpione che alimenta speranze e dubbi
Ha poteri analgesici e
antinfiammatori, mentre sulle sue capacità antitumorali non esistono certezze né studi internazionali che le sostengano. Eppure a Cuba la sostanza estratta dal Rophalorus junceus viene usata contro il cancro in combinazione con le terapie tradizionali e molti malati italiani arrivano fin nell'isola caraibica per farsela prescrivere.Analgesico e antinfiammatorio. Ma anche antitumorale. Un altro farmaco miracoloso? Ancora un caso Di Bella? La medicina ufficiale, Oltreoceano e in Europa, smentisce categoricamente, ma intanto il caso Escozul è diventato fenomeno (a parte gli affollatissimi forum di discussione sul web, su Facebook la pagina italiana ha oltre 4mila iscritti) e ha iniziato a provocare migrazioni fra i malati in cerca di cure in campo oncologico. La meta stavolta è Cuba e a motivare i viaggi della speranza, alimentati in Italia da una recente inchiesta televisiva del programma "Le iene", è una sostanza naturale, una tossina estratta dal veleno di uno scorpione (rophalorus junceus), prodotta e distribuita sull'isola caraibica con il nome, appunto, di Escozul.
A chiamarlo così e a descriverne per primo le presunte proprietà fu nell'85 un biologo cubano, Misael Bordier. Adesso, le potenzialità del farmaco all'attenzione dei ricercatori da oltre vent'anni, sono online sul sito dell'azienda (www. labiofam.cu) che produce e distribuisce vaccini contro le più diffuse malattie infettive, dalla dengue alla malaria, alla febbre emorragica e fino alla peste bubbonica. "Garantiamo il controllo delle epidemie", si legge nella homepage che dà accesso alle informazioni sui medicinali prodotti dall'azienda.
Tra gli antitumorali figura infatti la "soluciòn de origen natural", con tanto di fotografia dello scorpione "azzurro" (varietà presente solo a Cuba) da cui viene estratta la tossina terapeutica. Gli scienziati cubani lo ritengono un efficace antidolorifico e antinfiammatorio e, senza sbilanciarsi troppo, lo definiscono pure "adyuvante nel tratamiento del càncer" ancora oggetto di studio. Tanto che nell'ultimo congresso internazionale promosso dalla stessa Labiofam, che si è concluso ai primi di ottobre all'Avana, una sessione specifica è stata dedicata alle "Evidenze sperimentali in colture cellulari del carcinoma della cervice uterina. Effetto citotossico selettivo del veleno di scorpione endemico di Cuba rophalorus junceus".
Tra tumori del seno, del polmone, del cervello o del colon, l'Escozul sarebbe stato somministrato già a 25mila pazienti (la Labiofam parla di 60 mila soggetti trattati) i cui dati clinici avrebbero rivelato un miglioramento in termini di sopravvivenza, remissione della malattia e controllo del dolore. Sono gli stessi specialisti cubani, però, a raccomandare di non sospendere le terapie oncologiche in corso durante la somministrazione della tossina scorpionica, segno inequivocabile degli effetti antitumorali non certificati.
I meccanismi d'azione del farmaco si esplicherebbero bloccando l'angiogenesi, cioè la formazione di nuovi vasi sanguigni nel tumore, e inibendo le proteasi (enzimi cellulari). Lavori scientifici a livello internazionale non ce ne sono, mentre è online da tempo uno studio condotto nel 1999 all'ospedale "Agostinho Neto" di Guantamano (Cuba) sui risultati ottenuti dall'uso della tossina in pazienti sottoposti a intervento chirurgico per tumore del retto. Il problema, dunque, è proprio questo: manca una validazione scientifica. L'Aiom, l'Associazione italiana di oncologia medica, è scettica perché da un lato nulla si sa sulla composizione della sostanza e sugli eventuali effetti collaterali e dall'altro non c'è neanche uno studio di valore internazionale pubblicato sull'uso del preparato sugli animali e sull'uomo.
Se solo una piccola parte di quei 60mila cui fa cenno l'azienda fosse stata curata con una metodologia corretta, è il senso del giudizio dell'Aiom, non ci troveremmo di fronte a un'ennesima falsa speranza. Paolo Delrio, chirurgo oncologo dell'Istituto dei tumori Pascale di Napoli, riferisce che alcuni suoi pazienti hanno già compiuto la trasferta sanitaria a Cuba: "Da circa un mese, almeno tre persone, colpite da tumore colorettale metastatico, stanno assumendo il liquido che contiene la tossina velenosa, ma senza aver sospeso la chemioterapia. Finora non si sono manifestati effetti collaterali, mentre persistono quelli legati alla chemioterapia. D'altronde, finché non ci saranno validazioni scientifiche, non mi sento di consigliare questo trattamento in alternativa alle terapie tradizionali. E poi, anche sugli eventuali risultati, è impossibile attribuirli all'Escozul piuttosto che ai farmaci chemioterapici".
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Il mio viaggio a Cuba per il farmaco e l'attesa in una fila piena di italiani
Il racconto di un figlio che ha voluto sperimentare l'Escozul per la madre ultrasettantenne, in cura e alle prese con gli effetti collaterali delle terapie tradizionali: "In poche ore sono andato, ho avuto gratis i flaconi per tre mesi e sono rientrato. Mia madre ha ripreso energia, ma non so dire se è per quella tossina o perché aveva sospeso la chemio"Il viaggio della speranza fa sosta davanti al cancello della Labiofam, al chilometro 16 dell'Avenida Indipendencia, a poche centinaia di metri dall'aeroporto dell'Avana. "Ci sono andato per provare un'altra cura per mia madre, visto che nonostante le chemio ha avuto delle metastasi". A raccontare la storia di Anna, 72 anni e un tumore al seno che risale al 1990, è Carlo, il figlio 40 enne che in tre giorni è andato e tornato da Milano a Cuba per andare a rifornirsi di Escozul.
"E' stata bene per 17 anni - racconta - poi, nel 2007, ha avuto una recidiva al polmone. Dopo tanto tempo era sicura di avercela fatta e invece gli specialisti hanno confermato che si tratta di una metastasi, cioè delle stesse cellule tumorali di diciassette anni fa". La donna, appena avuta la diagnosi, è stata sottoposta al primo ciclo di chemio, ma gli effetti collaterali non hanno tardato a farsi sentire, dalla tromboflebite all'herpes zoster, oltre alla consueta caduta dei capelli.
"Al momento è in cura al Centro oncologico di Modena - continua Carlo - e fino a un mese fa ha fatto le chemio che, però, ha dovuto interrompere temporaneamente. E allora anche io, dopo avere visto il servizio delle 'Iene' in tv, le ho proposto di tentare. Lei ha accettato e mi sono organizzato per la partenza". Il 15 ottobre, preso il volo Milano-Avana, Carlo arriva alla sede della Labiofam (un'area estesa di edifici a due piani protetta da una cancellata) poco dopo mezzogiorno. E' in ritardo, ma lo accettano lo stesso. "Ho saputo il giorno dopo che i familiari sono ricevuti dalla 9 alle 12 - racconta - ma mi hanno anche detto che la fila inizia alle tre del mattino". Tutti con la speranza di essere davanti, di fare il più presto possibile e rientrare in Italia col prezioso carico.
"Perché - spiega Carlo - al novanta per cento si tratta di italiani. C'è stato un aumento notevole dopo la trasmissione televisiva, ma adesso pare che, poiché hanno problemi con una produzione imprevedibile, prima di partire si debba fare un passaggio dall'ambasciata in Italia. Comunque, dopo aver consegnato a una dottoressa tutta la documentazione clinica di mia madre, comprese radiografie, tac e una delega della paziente, mi è stato consegnato il pacchetto con i flaconi necessari a coprire tre mesi di terapia. Non ho pagato nulla. Alla fine ho speso solo 600 euro di volo e 500 di soggiorno e taxi".
E la cura? "Circa tre settimane fa - spiega Carlo - mia madre ha iniziato il trattamento con Escozul: cinque gocce sublinguali da assumere ogni otto ore. Sul flaconcino del liquido c'è una sigla 'trj-c30'". Ci sono stati miglioramenti? "Come primo riscontro - risponde Carlo - c'è il fatto inconfutabile che mia madre ha più energie, non sta a letto come prima. E' chiaro, non so dire se dipende dalla chemio sospesa o dal farmaco cubano. Abbiamo anche fatto il prelievo per i markers tumorali, ma ancora non abbiamo avuto i risultati, forse da questi esami potremmo avere una risposta più attendibile".
fonte: www.repubblica.it
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lunedì 8 novembre 2010
tumore al seno : FARMACO ANTIASMA BLOCCA CRESCITA CANCRO SENO
Un farmaco che combatte l'asma in Corea e Giappone e' capace di inibire fino al 50% la crescita del tumore al seno: e' quanto emerge da uno studio pubblicato su PLoS ONE dai ricercatori del St. Michael's Hospital guidati da Gerald Prud'homme. Il medicinale contro l'asma e' in uso da un paio di decenni in Corea e Giappone, ''mentre non e' invece in uso in Canada e Stati Uniti'', spiega Prud'homme.
Lo studio e' stato condotto in laboratorio. I ricercatori hanno prima coltivato cellule staminali neoplastiche del seno e le hanno poi iniettate in due gruppi di topolini, uno dei quali e' stato poi trattato con il farmaco asiatico: ed e' emerso che il medicinale antiasma e' stato in grado di inibire fino al 50% la crescita del tumore originario e ne ha impedito la diffusione ai polmoni.
Lo studio e' stato condotto in laboratorio. I ricercatori hanno prima coltivato cellule staminali neoplastiche del seno e le hanno poi iniettate in due gruppi di topolini, uno dei quali e' stato poi trattato con il farmaco asiatico: ed e' emerso che il medicinale antiasma e' stato in grado di inibire fino al 50% la crescita del tumore originario e ne ha impedito la diffusione ai polmoni.
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venerdì 29 ottobre 2010
BIOTERAPIA: Tumori, arriva la bioterapia che “inganna” le cellule malate
I medici stanno per dare il via ad una nuova sperimentazione sul melanoma, il tumore della pelle. Verranno coinvolti otto centri italiani che useranno “ipilimumab” (l’anticorpo innovativo) in combinazione con la chemioterapia tradizionale.
“Ora il nostro studio arruolerà 84 pazienti colpiti da melanoma metastatico – spiega Michele Maio, direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena – includendo sia quelli mai trattati prima sia quelli già sottoposti in precedenza a una terapia. Inoltre, valuteremo l’efficacia del trattamento anche in pazienti con metastasi cerebrali che di norma sono esclusi dalle sperimentazioni cliniche”.
La bioterapia avrà un approccio innovativo alla malattia: cercherà di sviluppare le difese immunitarie dei pazienti per rinforzare la risposta dell’organismo contro il tumore, senza distruggere le cellule malate in maniera diretta. I medici spiegano la strategia come una sorta di “inganno molecolare”: mentre i vaccini stimoleranno direttamente le risposte immunitarie, questo anticorpo rimuove un “blocco” che altrimenti impedisce alle naturali difese dell’organismo di aggredire il tumore.
La sperimentazione sembra promettere bene e si sta pensando di avviarla anche su altri casi di tumore, come quello ai polmoni e alla prostata.
FONTE: http://www.blizquotidiano.it/salute/tumori-bioterapia-inganna-cellule-malate-576008/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29&utm_content=Google+Reader
“Ora il nostro studio arruolerà 84 pazienti colpiti da melanoma metastatico – spiega Michele Maio, direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena – includendo sia quelli mai trattati prima sia quelli già sottoposti in precedenza a una terapia. Inoltre, valuteremo l’efficacia del trattamento anche in pazienti con metastasi cerebrali che di norma sono esclusi dalle sperimentazioni cliniche”.
La bioterapia avrà un approccio innovativo alla malattia: cercherà di sviluppare le difese immunitarie dei pazienti per rinforzare la risposta dell’organismo contro il tumore, senza distruggere le cellule malate in maniera diretta. I medici spiegano la strategia come una sorta di “inganno molecolare”: mentre i vaccini stimoleranno direttamente le risposte immunitarie, questo anticorpo rimuove un “blocco” che altrimenti impedisce alle naturali difese dell’organismo di aggredire il tumore.
La sperimentazione sembra promettere bene e si sta pensando di avviarla anche su altri casi di tumore, come quello ai polmoni e alla prostata.
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mercoledì 29 settembre 2010
TUMORI: Molecola blocca funzione geni cancro
E' stata creata in laboratorio la prima molecola che riesce a far ignorare ai geni del cancro il loro 'manuale di istruzioni interne'. Cosi' sopprime il processo del cancro alle sue radici. Il risultato pubblicato su Nature si deve a scienziati del Dana-Farber Cancer Institute e, puo' aprire le strade a nuove terapie anti cancro. 'Essere abili a controllare l'attivita' dei geni del cancro puo' avere un impatto elevatissimo per la lotta contro questa malattia' ha detto uno degli autori.».
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mercoledì 22 settembre 2010
tumori : il 20% e' causato da virus
La lista dei tumori provocati o favoriti dai virus si allunghera' nei prossimi anni. Ne sono convinti gli esperti riuniti a Venezia.
L'idea che i virus potessero essere una delle cause dei tumori risale a meta' dell'800, e proviene dal medico veronese, Domenico Rigoni Stern. Ora si pensa che il 20% dei nuovi casi ogni anno sia legato a virus. 'I virus che causano il maggior numero di vittime per tumore sono quelli dell'epatite B e C e il Papillomavirus', spiega un esperto londinese.
fonte: http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/09/21/visualizza_new.html_1761188628.html
L'idea che i virus potessero essere una delle cause dei tumori risale a meta' dell'800, e proviene dal medico veronese, Domenico Rigoni Stern. Ora si pensa che il 20% dei nuovi casi ogni anno sia legato a virus. 'I virus che causano il maggior numero di vittime per tumore sono quelli dell'epatite B e C e il Papillomavirus', spiega un esperto londinese.
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mercoledì 25 agosto 2010
tumori : ASMA ED ECZEMA PROTEGGONO DA CANCRO, SCUDO CONTRO CELLULE MALATE
Sono reazioni immunitarie fastidiose per chi le deve sopportare, ma potrebbero avere anche un innovativo risvolto positivo: le persone che soffrono di asma o eczema sono meno a rischio di sviluppare il cancro. A sostenerlo e' uno studio canadese condotto dai ricercatori dell'INRS-Institute Armand-Frappier, il centro di ricerca dell'Universite' de Montre'al, e della McGill University, in una recente ricerca pubblicata su Annals of Allergy, Asthma & Immunology.
In 7 anni i ricercatori hanno esaminato i dati di 3.300 uomini tra i 35 e i 70 anni a cui era stato diagnosticato un cancro, e hanno paragonato le loro caratteristiche a quelle del gruppo di controllo formato da 512 canadesi sani.
''L'asma e gli eczemi sono determinati da una sorta di iper-reattivita' del sistema immunitario che cerca di eliminare nel modo piu' efficiente alcune cellule ritenute 'anormali' ed 'estranee'. E' questo stesso meccanismo che riduce il rischio dell'insorgenza del cancro'', spiega Marie-Claude Rousseau del INRS-Institut Armand-Frappier, che ha partecipato alla ricerca.
In 7 anni i ricercatori hanno esaminato i dati di 3.300 uomini tra i 35 e i 70 anni a cui era stato diagnosticato un cancro, e hanno paragonato le loro caratteristiche a quelle del gruppo di controllo formato da 512 canadesi sani.
''L'asma e gli eczemi sono determinati da una sorta di iper-reattivita' del sistema immunitario che cerca di eliminare nel modo piu' efficiente alcune cellule ritenute 'anormali' ed 'estranee'. E' questo stesso meccanismo che riduce il rischio dell'insorgenza del cancro'', spiega Marie-Claude Rousseau del INRS-Institut Armand-Frappier, che ha partecipato alla ricerca.
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mercoledì 4 agosto 2010
cancro : Chiudere le dighe e rafforzare gli argini. Ecco la nuova strategia contro i tumori
Uno studio italiano spiega perché i vasi sanguigni sono un punto cruciale della lotta ai tumori e come si formano le anomalie, aprendo la strada a nuove terapie.L'angiogenesi non è più un mistero. Che questo processo che porta alla formazione di nuovi vasi sanguigni sia una fase cruciale dello sviluppo di un tumore è ormai un fatto noto non soltanto a medici e ricercatori, ma anche a molti pazienti e familiari che toccati dalla malattia hanno deciso di capirne qualcosa di più. Ora, uno studio italiano pubblicato sulla rivista Developmental Cell individua uno dei meccanismi responsabili delle anomalie e dell’alterata organizzazione del sistema vascolare tumorale. La scoperta, realizzata da un team di ricerca dell'Ifom (Istituto FIRC di Oncologia Molecolare), apre la strada a nuove strategie terapeutiche che potrebbero affiancare e potenziare l’azione dei farmaci antiangiogenetici utilizzati finora.
LE «AUTOSTRADE» DEL TUMORE - Ecco, in breve, come funziona l’angiogenesi. La massa tumorale molto presto comincia a stimolare nuove strutture vascolari, a partire da quelle dell’organismo ospite, per rifornirsi così di ossigeno e di nutrienti. Inoltre, una volta che il sistema vascolare del tumore si è organizzato, le cellule cancerose utilizzano i vasi come «autostrade» attraverso le quali immettersi nel flusso sanguigno e dare inizio al viaggio che le disseminerà in giro per il corpo, dando origine nei diversi organi alle metastasi. Per queste ragioni negli anni si è sviluppata una precisa strategia di attacco: interferire con la formazione dei vasi nel tumore per inibire da un lato la sua crescita e dall’altro la formazione di metastasi. Tuttavia questa strategia seppur efficace non ha dimostrato di essere ancora risolutiva.
VASI SANGUIGNI COME I FIUMI - «Quello che diversi studi hanno dimostrato di recente è che bisogna guardare non soltanto alla quantità ma anche alla qualità dei vasi che si formano all’interno del tumore» spiega Elisabetta Dejana, responsabile del programma di ricerca di angiogenesi dell’Ifom. Nel momento in cui i nuovi vasi penetrano nel tumore, infatti, questi cambiano le loro normali caratteristiche: diventano molto irregolari e non si distinguono chiaramente le arterie dalle vene. Si tratta di vasi molto fragili e permeabili, che possono facilmente dare origine a emorragie o permettono la fuoriuscita di liquidi che si accumulano nel tessuto tumorale provocando gonfiori e compressioni. In queste circostanze il flusso sanguigno risulta alterato, si creano zone di necrosi e il trasporto e la diffusione dei farmaci chemioterapici all’interno della massa tumorale è fortemente ostacolato. «Se si pensa a un fiume - continua Dejana - quando gli argini sono ben costruiti, alti e fortificati è difficile che avvengano esondazioni e l'irrigazione dei terreni avviene correttamente. Quando invece gli argini sono deboli e discontinui, le acque del fiume possono straripare, l’irrigazione è alterata ed è più facile accedere al suo alveo dall’esterno. Allo stesso modo, i vasi irregolari e altamente permeabili presenti nei tumori non solo sono emorragici, ma offrono una resistenza molto bassa all’entrata in circolo delle cellule cancerose e alla loro disseminazione».
IL NUOVO STUDIO - Fino a oggi non era chiaro chi fossero tutti i responsabili di un’organizzazione così anomala delle strutture vascolari tumorali, ma la nuova scoperta realizzata dal team Ifom rappresenta un passo significativo per inquadrare nel mirino alcuni colpevoli. «Abbiamo individuato una particolare famiglia di proteine, le Wnt, che controlla la formazione dei nuovi vasi sanguigni - chiarisce Monica Corada, primo autore dello studio e ricercatrice Ifom -. Quando questi attori del processo di vascolarizzazione non agiscono in maniera controllata i vasi che si originano sono anomali e molto più fragili. Ora, finalmente, abbiamo precisi bersagli terapeutici con cui interferire per regolarizzare la vascolatura». Le terapie che bloccano la vascolarizzazione del tumore restano ovviamente valide, ma - secondo i ricercatori - può essere rilevante, soprattutto quando il tumore è in fase avanzata, anche stabilizzare e normalizzare i vasi per favorire una migliore diffusione dei farmaci all’interno della massa tumorale e contribuire a prevenire o fermare le metastasi. L’obiettivo, insomma, è arrivare a identificare la combinazione ideale di diversi trattamenti così da intervenire in maniera sempre più mirata e specifica sui diversi tipi di cancro a seconda delle loro caratteristiche e del loro stadio di progressione.
fonnte: corriere.it
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mercoledì 28 luglio 2010
TUMORI CAVO ORALE : SCOPERTO GENE CHIAVE DIFFUSIONE CANCRO CAVO ORALE
Individuato un gene che potrebbe essere la chiave per ridurre la diffusione del cancro alla bocca: lo sostiene un gruppo di studiosi della University of Illinois di Chicago (Usa) guidati da Xiaofeng Zhou e pubblicato sull'International Journal of Cancer secondo cui la diffusione delle cellule tumorali nel cavo orale puo' essere ridotta se si riesce a controllare l'espressione di un gene che regola la migrazione delle cellule neoplastiche.
Piu' del 90% dei casi di cancro orale sono carcinomi a cellule squamose che normalmente iniziano dalle gengive o dalla lingua. Mentre i casi di tumore, in generale, sono aumentati negli ultimi cinque anni dell'8%, il cancro orale e' cresciuto del 21%, stando ai dati dell'American Cancer Society riportati nella ricerca, e in particolare il carcinoma a cellule squamose della lingua, uno dei tumori piu' frequenti del cavo orale, e' aumentato del 37%.
I miglioramenti nella sopravvivenza dei pazienti, spiega Zhou, richiedono una migliore comprensione dei meccanismi che portano allo sviluppo del tumore, affinche' possano essere realizzate diagnosi precoci e terapie mirate.
Piu' del 90% dei casi di cancro orale sono carcinomi a cellule squamose che normalmente iniziano dalle gengive o dalla lingua. Mentre i casi di tumore, in generale, sono aumentati negli ultimi cinque anni dell'8%, il cancro orale e' cresciuto del 21%, stando ai dati dell'American Cancer Society riportati nella ricerca, e in particolare il carcinoma a cellule squamose della lingua, uno dei tumori piu' frequenti del cavo orale, e' aumentato del 37%.
I miglioramenti nella sopravvivenza dei pazienti, spiega Zhou, richiedono una migliore comprensione dei meccanismi che portano allo sviluppo del tumore, affinche' possano essere realizzate diagnosi precoci e terapie mirate.
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