martedì 5 aprile 2011

INCIDENTI NUCLEARI : GIAPPONE FUKUSHIMA iodio radioattivo in mare 7,5 milioni di volte in più della norma

Quantitativi di iodio-131 pari a 7,5 milioni la norma sono stati rilevati nelle acque davanti al reattore n.2 della centrale nucleare di Fukushima. La notizia è stata riferita dalla Tepco, il gestore dell’impianto, spiegando che il campione esaminato è stato raccolto il 2 aprile.

Dalle alghe microscopiche ai grandi tonni, tutti gli organismi dell’ecosistema marino sono minacciati dalle radiazioni liberate dalla centrale di Fukushima, e con la decisione delle autorità giapponesi di rilasciare in mare quantità di acqua radioattiva l’attenzione degli scienziati si sposta in fondo all’oceano. Anche se la diluizione dovrebbe mettere al riparo le aree lontane dall’impianto, per l’ecosistema della regione la crisi potrebbe sfociare in una vera tragedia, destinata ad avere ripercussioni per molti anni.

«Questa - afferma il biologo marino Silvio Greco - è una vera e propria catastrofe, perché i radionuclidi agiscono sul Dna, quindi oltre alla mortalità immediata ci sono effetti a lungo termine. Quantificare il danno è molto difficile, perch‚ gli unici studi scientifici sono stati fatti dopo i test nucleari degli anni ’50 e i risultati sono segreti, ma si possono ipotizzare scenari veramente tragici».

PER I PESCI MUTAZIONI GENETICHE
Il danno principale per l’ecosistema sono le mutazioni nel Dna degli organismi marini: «Il contatto con le sostanze radioattive pu• provocare delle ’mutazioni bizzarrè nella progenie dei pesci - spiega al National Geographic Joseph Rachlin, direttore del Lehman Colleges Laboratory for Marine and Estuarine Research di New York - che si riflettono nella loro capacità di riprodursi. Ancora più sensibili sono uova e larve dei pesci, che possono sviluppare mutazioni letali».

ALGHE E PESCI ACCUMULANO LE SOSTANZE RADIOATTIVE
Gli isotopi principali che stanno contaminando l’area sono iodio e cesio, anche se si teme che anche plutonio e altri radionuclidi pesanti possano essere finiti in mare. Il primo non desta particolare preoccupazione perchè ha un’emivita molto breve, mentre il cesio si dimezza in 30 anni, e il plutonio in tempi dell’ordine delle migliaia di anni: «Queste sostanze inoltre si accumulano nei tessuti, come altri inquinanti - spiega Greco - quindi è possibile trovare negli animali concentrazioni molto maggiori di quelle ambientali». Secondo alcuni studi dell’Aiea un pesce esposto al cesio lo accumula per un fattore 100, mentre le alghe del genere Porphyra hanno un fattore 50 per questo elemento, mentre per il plutonio è addirittura 4mila. Anche i molluschi ed altri invertebrati come le meduse, per la loro caratteristica di "filtrare" l’acqua, sono particolarmente a rischio.

I RADIONUCLIDI "INTRAPPOLATI" NEI SEDIMENTI
Anche se le correnti e la grande massa d’acqua dell’oceano potrebbero diluire velocemente le sostanze radioattive, queste potrebbero restare intrappolate nei sedimenti sul fondo del mare: «I sedimenti sono la ’memoria storicà del mare - continua Greco - tutto quello che è presente nella colonna d’acqua prima o poi finisce sul fondo, e lì rimane, entrando a poco a poco nella catena alimentare. Questo vuol dire che gli effetti potrebbero durare anche migliaia di anni, nel caso degli elementi più pesanti».

IL PRECEDENTE DI CHERNOBYL
Nel caso di Chernobyl non ci sono state ripercussioni su ecosistemi marini, tutti troppo lontani dal luogo dell’incidente. In laghi e altri bacini chiusi, però, uno studio dell’Onu ha trovato tracce di sostanze radioattive nei pesci ancora nel 2000, 14 anni dopo il disastro.

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